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Al Bano: l’accusa di plagio a Michael Jackson

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L’accusa di plagio da parte di Al Bano verso Michael Jackson è ormai nota. Al Bano, pseudonimo di Albano Antonio Carrisi, compie oggi 79 anni. Riconosciuto in tutto il mondo  come uno dei più grandi artisti italiani della musica leggera, vanta di una straordinaria carriera che lo ha portato a conquistare 26 dischi d’oro e 8 dischi di platino.

Al Bano e Michael Jackson: nemici in tribunale

il 28 giugno 1993 Michael Jackson pubblica Will You Be There  come ottavo singolo estratto dall’album Dangerous del 1991, che diventò poi colonna sonora del filmFree Willy – Un amico da salvare‘ (1993) . 

Nel maggio 1994 Al Bano ricorreva al Pretore di Roma con l’accusa di plagio nei confronti del cantante statunitense, che, secondo l’artista pugliese, aveva copiato I cigni di Balaka, suo brano del 1987

Al Bano e Michael Jackson, il caso

A seguito di tale accusa, venne emessa un’ordinanza di provvisoria cautela il 21 dicembre del 1994 in base alla quale l’album Dangerous venne sequestrato in tutta Italia.

Nel gennaio 1995, la Sony, con Michael Jackson, la Fortissimo, la Mijac e la SIAE, chiesero previo accertamento dell’insussistenza del plagio e la revoca del provvedimento cautelare. In quell’occasione lo stesso ‘re del pop’ espresse la sua disponibilità ad essere interrogato in merito in Italia e, nel 1997, si presentò al processo in corso a Roma nell’aula numero cinque della Pretura di piazzale Clodio, rispondendo alle domande delle due parti.

Ad avvalere la ragione di Michael durante il processo furono i giudici che constatarono:

“Manca, allo stato degli atti, una prova attendibile e convincente che Jackson abbia avuto conoscenza del brano musicale realizzato da Al Bano. Enti statunitensi deputati al deposito delle opere musicali, conformi sostanzialmente alla SIAE, hanno escluso che il brano di Al Bano Carrisi sia mai stato pubblicato e diffuso negli U.S.A.”

Tuttavia, i periti, convocando anche l’aiuto del maestro Ennio Morricone, stabilirono che le due canzoni avevano 37 note di seguito identiche nel ritornello, e quindi il plagio sussisteva. Jackson venne, così, condannato a pagare quattro milioni di lire di multa (meno in confronto alla richiesta di Carrisi di ricevere come indennizzo cinque miliardi di lire).

Il risvolto

Ma più tardi, una sentenza successiva della Corte di appello civile di Milano stabilì infine che entrambi i cantanti avevano mancato di originalità, dimostrando che i due brani coinvolti erano ispirati alla canzone del 1939, sprovvista di copyright, Bless You For Being An Angel degli Ink Spots,gruppo, in voga negli anni ’30, che si era a sua volta ispirato ad una musica tradizionale dei Nativi Americani; nonché avevano preso spunto anche da una melodia del compositore russo Sergej Sergeevič Prokof’ev

Il 14 marzo 2001 si concluse anche il procedimento penale di Roma: i giudici della III sezione della Corte d’Appello di Roma ribaltarono la sentenza di primo grado del maggio 1999, assolvendo Michael Jackson dal reato di plagio «perché il fatto non sussiste».

La fine del caso

Nonostante le smentite di Al Bano, la Corte di appello civile di Milano stabilì inoltre che dovesse pagare tutte le spese processuali, poste a carico del soccombente, che aveva inaugurato il contenzioso. A questo punto la strada del contenzioso che avrebbe portato al passo finale della Cassazione fu interrotta da un accordo: Michael Jackson e Al Bano avevano in programma di realizzare un concerto insieme a favore dei bambini maltrattati nel mondo, ma l’evento non ebbe mai luogo in quanto poco dopo Michael Jackson fu colpito dalle accuse di pedofilia.

La notizia non fece alcun scalpore: infatti, nonostante la sconfitta dell’italiano, giornalisti e addetti ai lavori continuarono a dichiarare che fosse stato Michael ad aver perduto e condannato alla multa di 4 milioni di dollari. Lo stesso Al Bano a distanza di anni continua a negare di aver perso il processo, seppur specificando di non aver mai pensato che il plagio derivasse da Michael Jackson in persona, ma da qualcuno dei suoi collaboratori.

Francesca D’Oriano

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