La nonna di Alessandra Mussolini, Rachele Mussolini, tradì il marito Benito e dirlo è la nipote Alessandra in un’intervista al Corriere della Sera e parla dell’amante Corrado Varoli e di quando il Duce stava per scoprirli. Il colloquio con Aldo Cazzullo comincia parlando della venerazione per il marito: «Ma teneva al riserbo. Non se ne parlava. Però, come le dicevo, mi portava sempre sulla sua tomba. Un rito». Mussolini ha scritto il libro «Benito. Le rose e le spine», in uscita da Piemme.
L’amante Corrado Valori «aveva affascinato mia nonna fin dall’adolescenza. L’aveva visto passare a cavallo, tutto elegante, con il frustino, e lei che era poverissima ne era rimasta colpita. Lui avrebbe voluto sposarla. Ma lei aveva scelto Benito». E racconta: «I genitori erano contrari a quell’unione. Alessandro Mussolini, il fabbro di Dovia di Predappio, conosceva bene suo figlio: una testa calda, un uomo forte ma inaffidabile. Alessandro aveva perso sua moglie, Rosa, che era stata la maestra di Rachele. E anche la madre di Rachele, Anna, era rimasta vedova. Così Alessandro Mussolini e Anna, che si erano amati in gioventù, andarono a convivere. E aprirono una taverna». «Benito piombò sgommando sulla sua auto per scoprire se la moglie gli era infedele», dice Mussolini. Che racconta «l’amore tra Rachele e Corrado Varoli, che era stato non a caso scelto da mia nonna per lavorare a Villa Carpena come amministratore. Furono sorpresi da un’altra sorella di Rachele, Augusta, che entrò in camera con il vassoio della colazione e li trovò insieme. Il vassoio cadde a terra, il bricco del latte andò in mille pezzi. E Augusta disse subito che avrebbe avvertito Benito». E questo «perché era segretamente innamorata di lui. E aveva sempre avuto un rapporto difficile con Rachele. Mia nonna era la più piccola di cinque sorelle. C’erano anche due fratelli, morti bambini. Lei fu l’unica ad andare a scuola, a imparare a leggere e a scrivere. Ma gliela fecero pagare».
Augusta decise di avvertire Benito «con una lettera che la moglie lo tradiva. Ma non sapeva scrivere. Così la dettò a sua figlia Giulietta, che la scrisse con la mano tremante». Lui capì lo stesso, ma lei non confessò: «Lui non poteva neanche credere che lei potesse mentirgli. Non riusciva ad accettare che lei potesse desiderare un altro. In ogni caso, le ordinò di far sparire quell’uomo, di togliergli il lavoro». Rachele lo aveva tradito «non per vendetta. Anzi. Per riequilibrare la situazione. Per vedere cosa si provava a fare quello che lui aveva fatto spesso: stare con un’altra persona. E, in qualche modo, anche per riconquistare il marito».
Mussolini finse di credere alla moglie, «la salutò, e si mise in viaggio verso Roma. Ma poi ebbe un ripensamento. Un’intuizione. E tornò indietro. Mia nonna aveva invitato a cena Corrado, per dirgli di persona che doveva andarsene. Vicino a Villa Carpena c’era una pattuglia della polizia, cui Rachele aveva dato un incarico: segnalare l’arrivo dei visitatori. Quando arrivava una persona qualsiasi, un colpo di clacson. Quando arrivava il marito, tre colpi di clacson». I tre colpi arrivarono.
Varoli riuscì a nascondersi appena in tempo, mentre il Duce “aveva visto che la tavola era preparata per due”.
La storia si chiuse lì, ma per Alessandra Mussolini quell’episodio rivela molto della nonna: “Non è mai stata, come nell’immaginario collettivo, la donna sottomessa che sta a casa ad aspettare. E quel tradimento d’amore finì per rafforzare il legame con il suo uomo; perché lui aveva capito che lei non era proprio alla sua mercé. La prevedibilità è la tomba del sentimento; e Rachele è stata imprevedibile. Anomala, per l’epoca. Ho scritto questo libro anche per renderle giustizia”.





