Cinema

“Amsterdam”, recensione del nuovo film di David O. Russell

L’attesissimo Amsterdam, ultima opera di David O. Russell, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma. Il film vanta un cast d’eccezione: i protagonisti sono interpretati da Margot Robbie, Christian Bale e John David Washington, mentre tra i personaggi secondari troviamo Rami Malek, Anya Taylor-Joy, Robert De Niro, Zoe Saldana e Taylor Swift. 

Ambientato a New York negli anni ‘30, segue tre amici, un medico, un avvocato ed un’infermiera sospettati erroneamente di omicidio al centro di uno dei complotti più scandalosi della storia americana.

 Un film senza troppi guizzi

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Christian Bale, Margot Robbie e John David Washington

Le premesse di Amsterdam, quindi, sulla carta erano ottime. Il film si sviluppa su due livelli: le indagini dell’omicidio e la scoperta di un complotto che rischia di cambiare per sempre la storia degli Stati Uniti. Le due storyline si intrecciano fino a convergere in un’unica risoluzione. Tuttavia, la seconda storyline, intrigante e basata su una storia vera, manca di corpo e risulta estremamente piatta. La pellicola sembra un po’ un Bastardi senza gloria che manca di mordente ed ironia. Il gusto dell’assurdo non è mai troppo accentuato, anche se una sceneggiatura più caricaturale avrebbe aiutato lo spirito del film e lo avrebbe reso più scorrevole.

Nonostante la durata non eccessiva (2 ore e 15 minuti) il film è lungo e macchinoso, non scorre benissimo. Intrattiene, certo, ma lo spettatore non ha mai la curiosità di sapere come procederà la storia. Sebbene il ritmo della pellicola non sia particolarmente incalzante, il finale sembra quasi troppo affrettato e privo di tensioni. Il colpo di scena non stupisce e non lascia a bocca aperta, forse per un mancato approfondimento dei personaggi secondari.

Scrittura dei personaggi

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John David Washington, Margot Robbie e Christian Bale in Amsterdam

I tre protagonisti, fatta eccezione per Burt, interpretato da Christian Bale, non sono sufficientemente esplorati nella sceneggiatura. L’intenzione di Russell è quella di mostrare come tre persone marginalizzate nella cosiddetta land of freedom sia per classe, per etnia e per genere riescano a sventare un colpo di stato. Al contrario, coloro che sono al centro del complotto sono uomini bianchi e ricchi, che hanno sempre beneficiato del sistema e, nonostante ciò, per interessi economici sono pronti a sconvolgerlo. Russell ci offre un ritratto completo di Burt, medico ebreo proveniente dalla classe operaia che si trova a fare i conti con l’alta borghesia protestante newyorkese. Tuttavia, i personaggi di Margot Robbie e di John David Washington sono solo scalfiti, quasi monodimensionali. Non mancano riferimenti alla loro marginalizzazione, ma sembra essere l’unica caratterizzazione per entrambi. 

Un cast stellare: forza o debolezza di Amsterdam?

Il cast stellare funziona a tratti. Se le performance dei tre protagonisti sono comunque di merito, quelle dei personaggi secondari spesso puntano più sull’effetto sorpresa che su un’effettiva rappresentazione. C’è una sorta di “effetto comparsa”: un esempio su tutti è quello del personaggio di Robert De Niro, con uno screentime davvero brevissimo. Nel poco tempo in cui appare, quindi, ci si concentra più sul fatto che il personaggio sia interpretato da De Niro che sul personaggio stesso. Sembra quasi che, involontariamente probabilmente, le lacune nella sceneggiatura siano state colmate dal casting

Insomma, Amsterdam rimane un’occasione mancata, i cui interpreti fanno più rumore del film stesso. In Amsterdam c’è tanto irrisolto: buchi di trama, plot points poco approfonditi, battute che sembrano suggerire qualcosa ma che non sono mai sviluppate. Un vero peccato per una pellicola con un’ottima fotografia ed un’estetica accattivante.

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Carola Crippa

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