Ad Hollywood c’è evidentemente un problema. E, per quanto l’operazione Anaconda sulla carta risulta essere un parodia di sé stessa, una presa in giro del marcio sistema hollywoodiano dei remake, soffre delle stesse problematiche. E, per quanto l’operazione meta-cinematografica alla Tropic Thunder funzioni, non basta a far dimenticare quanto Hollywood sia diventata conservatrice. O, meglio ancora, quanto abbia paura di diventare grande. Perché il nuovo film con Jack Black non è un film completamente da buttare. Ha la sua forte dose di risate, di gag all’americana, di commedia slapstick e non-sense che tanto piace in terra statunitense. Detta in parole povere: fa ridere, è divertente, fa il suo lavoro. E per una commedia con Jack Black è molto più di quanto possa bastare. Ma la problematica vera, allora, dov’è? Non ci si poteva certo aspettare un’opera sperimentale e d’autore.

Il tema sta, in fondo, in cosa Anaconda ci racconta di Hollywood. I personaggi di Jack Black e Paul Rudd, rispettivamente Doug e Griff, sono due underdog, due che non ce l’hanno fatta e sono insoddisfatti di quello che hanno. Si rifugiano nei ricordi d’infanzia, nei vecchi filmini e corti che giravano da ragazzini quando si vedeva troppo Scorsese senza mai capirlo veramente. E si rifugiano nella memoria delle nottate di horror a ripetizioni che almeno una volta abbiamo fatto tutti. E, tra i tanti film, Anaconda è uno di quelli che li ha segnati come amici e come gruppo. Sarà proprio Griff a rivelare di aver acquistato i diritti del libro da cui è tratto il franchise. È l’occasione che aspettano da una vita: poter girare un remake di Anaconda e diventare finalmente qualcuno.

Anaconda: nostalgia canaglia

Il valore del ricordo e della nostalgia è evidentemente dilagante negli ultimi anni dell’industria cinematografica statunitense. Tra centinaia di remake, reboot, sequel e rilanci di franchise, Hollywood ha abbracciato fortemente delle politiche produttive molto più conservatrici che in passato, rifugiandosi nel trascorso e nella sicurezza del successo piuttosto che nella ricerca di nuove idee. Ovviamente con le dovute eccezioni, che esulano dal panorama mainstream. Stranger Things è l’esempio a cui si pensa subito in questo contesto: serie che ha fatto della nostalgia e del ricordo di tempi andati la sua cifra stilistica e, nelle ultime stagioni, l’unica sua ragion d’essere. Le ragioni di questo cambiamento nel volto di Hollywood può avere molteplici motivazioni: crisi delle idee, cambiamenti socio-politici, avvento dello streaming e conseguente crisi della sala. Non è questa la sede per discuterne ma è chiara una cosa: Anaconda è solo l’ultimo tassello di un puzzle che ogni anno si fa sempre più ampio.

Anaconda lavora però bene. O, per meglio dire, furbescamente. Il regista Tom Gormican (già regista de Il talento di Mr. C) insieme a Kevin Etten, scrive un film consapevole del suo status di remake. Anzi, è la rappresentazione della rappresentazione del remake. Un operazione meta-cinematografica alla Tropic Thunder, come già detto: un film nel film. Ma se nella prima parte questo concetto è anche trattato in modo interessante e strappa più che una risata a denti stretti, nella seconda si lascia il posto alla comicità estrema e caciarona tipica di un film di Jack Black. La sensazione è che lo stesso attore non abbia più il senso dei progetti a cui partecipa: prima il disastroso adattamento di Minecraft, poi questo. Per quanto sia evidente che a Jack Black la recitazione interessi solo come lavoro e che la musica sia la sua vera passione, non è chiarissimo quali siano le sue scelte produttive, al di là del mero discorso economico.

Paura di crescere

Anaconda quindi prova a smarcarsi da un mondo hollywoodiano fatto di ritorni più o meno riusciti tentando, attraverso l’ironia, di risultare alternativo, intelligente. Tenta di prendere in giro questa tendenza ma, inevitabilmente, finisce anch’esso nel calderone dei grandi ritorni. E se da un lato il suo lavoro di commedia grottesca e sguaiata funziona, dall’altro il suo tentativo di farsi distante dal mondo che critica è decisamente mal riuscito. Hollywood, proprio come i due protagonista del film, sembra non voler crescere mai. Legata ai ricordi e ai cari vecchi tempi andati, si impantana nella fanghiglia del ritorno facile, del rifacimento a buon mercato. Se sarà solo una fase sarà solo il tempo a dircelo. Resta il fatto che di Anaconda in questo, di Anaconda, abbiamo visto ben poco.

Alessandro Libianchi