I tre protagonisti di questa vicenda sembrano essere molto distanti tra loro, eppure sono collegati dal dolore e dalla sofferenza. Si tratta di medici olistici, l’Associazione Italiana Esorcisti, e l’Ospedale di Pesaro. Questo perché l’AIE (Associazione Italiana Esorcisti) ha espresso perplessità sull’utilizzo della pratica Reiki in oncologia, sostenendone “l’insidioso pericolo” nei confronti non dei pazienti oncologici -i veri protagonisti di questa vicenda- ma della buona pratica cattolica.

Reiki in oncologia: cos’è e perché l’Associazione Italiana Esorcisti l’ha condannato all’Ospedale di Pesaro

Ma procediamo con ordine: cos’è il Reiki? Si tratta di un’antica pratica di origine giapponese, che si basa sull’idea di canalizzare l’energia universale attraverso le mani. Lo scopo è favorire il benessere e, nella migliore delle ipotesi, stimolare la capacità di autoguarigione del corpo. Il termine deriva da due parole giapponesi rei, ovvero “universale”, e ki “energia vitale”. Secondo la visione orientale, il ki scorre all’interno di ogni essere vivente e il suo equilibrio è fondamentale per mantenere salute e armonia.

In occidente rientra in quelle pratiche definite “olistiche” – da holos, che significa anima – e negli ultimi tempi affianca sempre più spesso la medicina tradizionale, concentrandosi anche sul benessere dello spirito e non solo del funzionamento del corpo. Durante una seduta l’operatore, chiamato reikista, appoggia delicatamente le mani in specifiche posizioni sul corpo del ricevente, o le mantiene a pochi centimetri di distanza, senza contatto diretto. Lo scopo non è sostituire cure mediche o fisioterapiche, ma promuovere uno stato di rilassamento profondo e favorire il riequilibrio energetico.

La Stanza del benessere all’Ospedale di Pesaro

Insomma, una normalissima pratica di rilassamento, che non si impone come terapia oncologica e sostitutiva della medicina, che l’Ospedale di Pesaro ha deciso di introdurre grazie alla “Stanza del benessere“. Inaugurata lo scorso 1 luglio, questo spazio punta a dare sollievo ai malati oncologici, che molto spesso si trovano soli ad affrontare questo percorso e la pesante sofferenza che questa malattia porta (soprattutto in fase terminale di cure palliative). Questo progetto arriva da Stefania Campanelli: naturopata, master Reiki, è docente di corsi di formazione rivolti sull’umanizzazione delle terapie oncologiche.

È anche fondatrice del Gruppo Therapeia, un coworking di medici, professionisti sanitari e operatori del benessere. Ha raccontato a StarBene che “La Stanza del benessere aiuta a gestire tutto questo, perché è uno spazio riservato e autentico che crea un ponte tra il sapere scientifico e l’umanizzazione delle cure. E un percorso di cura non è fatto solo di protocolli, ma anche di come una persona vive la malattia”. Necessità che arriva dall’esperienza della malattia del padre, portando Stefania prima a fare volontariato nel reparto di oncologia dell’Ospedale di Pesaro, poi alla nascita della Stanza del benessere, proprio qualche mese fa, insieme ad altri operatori olistici.

È importante sottolineare come questa pratica sia ben distante dal sostituirsi alla medicina. “L’obiettivo non è guarire la persona, ma offrire strumenti e spazio perché ciascuno sappia prendersi cura di sé. Integrare discipline naturali in un reparto oncologico significa riconoscere la complessità della persona e offrire strumenti in più per affrontare la malattia con maggiore presenza e consapevolezza”, dice Stefania. E sostiene che ciò che conta è la “gestione dell’ansia del dolore e nello stato di rilassamento profondo, aspetti fondamentali per chi affronta percorsi terapeutici complessi”.

L’indignazione dell’Associazione Italiana Esorcisti per il Reiki in oncologia

Pesaro non è l’unica struttura che ha deciso di affiancare alla medicina tradizionale pratiche di supporto alla gestione del dolore e della sofferenza nei pazienti oncologici e terminali. Anche in Piemonte, all’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino, è presente una Stanza del benessere. Dal 2016, proprio la pratica del Reiki trova spazio all’Ospedale Carlo Poma di Mantova, sempre per i reparti di oncologia e cure palliative come terapia complementare di supporto. E, nonostante sia specificato più volte che non si tratta di cure alternative, ma solo un supporto al dolore – non obbligatorio, per giunta – il Reiki ha suscitato sdegno e indignazione nell’Associazione Italiana Esorcisti.

Sebbene siamo più che abituati a vedere sacerdoti, suore e crocifissi negli ambiti ospedalieri, l’AIE teme che il primato di cure spirituali non può assolutamente essere intaccato da altre pratiche. L’Associazione ha, infatti, rilasciato un comunicato stampa dove sostiene “l’insidioso pericolo del Reiki”, affermando che “in un documento della Commissione per la Dottrina della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti del 25 marzo 2009, si afferma che questa “fiduciosa” trasmissione di forza vitale non può essere ammessa perché è incompatibile con la dottrina cristiana (oltre che con i risultati della ricerca scientifica)”.

La pratica olistica è diversa dalla pratica cattolica?

Perciò, nonostante sia specificato più volte che la pratica del Reiki non vuole assolutamente sostituirsi alla medicina tradizionale e alla scienza, l’AIE afferma che “non c’è nessuna prova dell’efficacia del Reiki nel trattamento di alcuna condizione patologica, fisica o mentale” e che “il Reiki non può essere usato in sostituzione di terapie mediche tradizionali“. Chiaramente, il discorso per l’AIE è un altro: “Chi pratica il Reiki cade perciò nel peccato di superstizione e si espone all’azione straordinaria del maligno. Pertanto, i cattolici si astengano assolutamente da questa e simili tecniche”.

Considerato che la dottrina cattolica è ferma sostenitrice della sofferenza come mezzo di resurrezione, il Reiki in oncologia cozza intellettualmente con queste affermazioni. Nei sacramenti della Chiesa, infatti, si accoglie la sofferenza nella speranza di una salvezza dello spirito, mentre le pratiche olistiche cercano di lenire queste sofferenze terrene per accompagnare al meglio lo spirito in un altro viaggio. Ciò che è certo è che un paziente oncologico, che si trova in una situazione terminale e di grave sofferenza, deve avere la possibilità di praticare tutto ciò che ritiene giusto per cercare di alleviare, anche se di poco, il dolore.

Marianna Soru