Benvenuti al Moulin Rouge! C’è qualcosa di ipnotico nell’apertura del Moulin Rouge! al Sistina Chapiteau: luci che pulsano, piume che danzano, orchestra live che vibra sotto la pelle. Nel pre show, veniamo immersi nella totale ambientazione: siamo nel 1899, il fumo denso, le cortigiane e le ballerine di can can. Il musical firmato da Massimo Romeo Piparo fa uno step in più rispetto alle altre produzioni, ci mette precisione e rigore, fedele al musical di Broadway e del West End (non al film di Baz Luhrmann a cui è ispirato, ndr).
Moulin Rouge! Il Musical al Sistina Chapiteau: convince, ci piace, l’Italia fa un passo in avanti (finalmente)

Ci sono storie e storie. E poi c’è Moulin Rouge! che va avanti dal 2001, e vederlo è come se fosse la prima volta. La poesia tragica, l’amore spezzato, Satine e Christian che continuano a vivere, anche dopo la morte. E il musical è un’esperienza visiva che travolge, stordisce, ti lancia addosso glitter, lacrime e voglia di ballare anche se non sai farlo. Nato dal film cult di Baz Luhrmann, quello del “truth, beauty, freedom, love”, il musical è diventato negli anni una specie di rito pop: un concentrato di eccesso, romanticismo tragico e karaoke di lusso. Tutto è troppo, tutto è veloce, tutto è volutamente larger than life — ed è proprio questo il suo fascino. È teatro che si comporta come un videoclip, cabaret che strizza l’occhio al clubbing. A noi piace.
La Parigi del Sistina Chapiteau luccica
Al Sistina Chapiteau, la versione firmata da Massimo Romeo Piparo raccoglie questa eredità scintillante e la porta in scena con un respiro da produzione internazionale. E finalmente, diremmo noi. Anche l’Italia può permettersi di salire a un gradino più in alto, provare a mettersi in cammino verso qualcosa di più alto. E possiamo dire che siamo sulla strada giusta. Possiamo lavorarci. Perché l’eccellenza canora c’è.
C’è la Parigi bohemien che luccica, ci sono le piume, i corsetti, i mash-up pop che trasformano le emozioni in hit radiofoniche. E poi, quella storia d’amore impossibile tra Satine e Christian che continua a farci piangere nonostante conosciamo la storia a memoria, e abbiamo pianto migliaia di fazzoletti.
Per noi è un sì
Lo show funziona, eccome. Le coreografie di Billy Mitchell sono un gioiello di precisione, l’orchestra guidata da Emanuele Friello tiene il ritmo con potenza, e la scenografia di Teresa Caruso è un colpo d’occhio: una Parigi pop, teatrale, quasi cinematografica. Non siamo ai livelli del West End e Broadway, ma ci piace.
A portare avanti Moulin Rouge! Il musical ci sono Luca Gaudiano (Christian) e Diana Del Bufalo (Satine), una coppia altrettanto rigorosa e precisa, i due brillano di bravura, un incastro perfetto di voci e tecnica. Sublime sentirli cantare insieme. E non neghiamo che il nostro sogno sarebbe stato quello di sentire i due cantare Come What May in italiano. Di Satine di Diana Del Bufalo sentiamo in qualche passaggio la mancanza dell’eroina tragica. La sua Satine sorride più che sanguina, e questo non è sempre un male, ma in una storia che vive di desiderio e condanna, di bellezza e malattia, forse avremmo voluto sentirne un po’ di più. Gaudiano è esattamente Christian di Broadway, a volte sembrava di vedere Aaron Tveit. Ed è pazzesco. Avremmo voluto sentire tutte le canzoni in inglese, questo continuo saltellare tra inglese e italiano effettivamente è poco giustificabile. Il duo Del Bufalo-Gaudiano è 10/10 sui pezzi originali. E diciamocelo, è anche il momento di gustarci le opere in lingua.
Moulin Rouge! Il musical è un inno alla bellezza, un inno al desiderio, alla libertà di essere spettacolari, di scegliere il colore al posto della misura. C’è tutto: glitter, dramma e pop culture mischiati come un cocktail che non dovrebbe funzionare, ma funziona eccome. È l’energia di Parigi remixata per la Gen Z, dove ogni nota sembra dire “se devi cadere, almeno fallo con stile”. E merita di essere rinnovato con nuove repliche.





