C’era una volta una principessa dalla pelle bianca come la neve, dai capelli neri come l’ebano e labbra rosse come il sangue. Era il 1937 e al cinema arrivava uno dei (se non il) film più importante della storia dell’animazione: Biancaneve e i sette nani. Poi sono passati sessant’anni e nel 1997 arrivò al cinema il primo vero live action Disney, la carica dei 101, versione “dal vero” del capolavoro animato del ’61. Da quel giorno di fine anni Novanta sono passati quasi trent’anni e i remake dei classici Disney in formato live-action non si sono mai fermati. Da Alice nel paese delle meraviglie fino ad Aladdin, abbiamo visto decine e decine di rimasterizzazioni. Fino ad arrivare ad oggi, dove il primo classico Disney, mai veramente toccato perché sacro, viene proposto sotto la regia di Marc Webb, già regista degli Spiderman con Andrew Garfield.
Fin da subito, l’intenzione principale di questa versione di Biancaneve è diversa da tutti gli altri live-action di mamma Disney. Il problema principale delle altre pellicole era la spasmodica necessità e volontà di copiare in tutto e per tutto le versioni animate. Ma è evidente come quella magia, quella meraviglia che deriva dalla tecnica animata non possa essere replicata da una versione in carne ed ossa. E, nonostante gli incassi notevoli, a livello critico i live-action non hanno mai goduto di una buona nomea. Questo Biancaneve, invece, compie un’operazione leggermente diversa. Se in alcuni punti ricalca a piè pari il cartone animato, in altri momenti si discosta completamente, formando la sua personalissima storia. Ed è proprio in quelle differenziazioni che si può andare a trovare il buono di questa operazione. Certo, siamo lontani da un buon prodotto in linea generale ma, a differenza di tanti suoi cugini, la buona volontà di farsi coraggio costruendo una propria, flebile, personalità lo rende un film leggermente migliore.
Biancaneve come paladina dei tempi che corrono

L’incipit di Biancaneve resta lo stesso. Una bambina figlia di un re ed una regina perde la madre in giovane età. La matrigna cattiva la costringe la giovane principessa ai lavori forzati, lontana dall’amore del suo regno. Dopo essere diventata la Regina grazie alle sue malefiche macchinazioni, complotta per uccidere Biancaneve. La giovane si salva e inizia la sua avventura nel bosco dove incontra i sette nani che l’aiuteranno a sconfiggere la strega cattiva. Niente di nuovo insomma rispetto all’originale. Ma è proprio nei primi minuti che vediamo subito come questa versione tenti un distaccamento dalla sua matrice. Biancaneve non si chiama più così perché ha la pelle bianca come la neve, ma perché nata durante una nevicata. Un dettaglio che, insignificante ad un primo sguardo, modifica un elemento fondamentale della costruzione del personaggio di Biancaneve e diventano sinonimo di una nuova visione del mondo fatta di rappresentazione ed uguaglianza.
La principessa si poggia sì sulla sua bontà e sui valori universali di gentilezza e amore, ma ora anche sulla lealtà e il coraggio, costruendo una nuova dinamica identitaria del femminile padrona del suo destino e autrice della propria storia. Questa Biancaneve è più una combattente e una rivoluzionaria che una principessa in difficoltà e il live action preme tanto su questo aspetto. Rachel Zegler è una principessa guerriera, una Xena del mondo delle fiabe che vuole riconquistare il suo regno perduto per riportare la pace alla sua gente. Si oppone al potere autoritario della strega cattiva in modo attivo, con agency sul suo futuro. E su questo scarto di valori rispetto al cartone animato che Biancaneve trova slancio, rendendosi autonoma sia in quanto personaggio sia in quanto prodotto “figlio di”. Intenti nobili che però rimangono succubi a delle logiche di scrittura di cui i live action soffrono terribilmente.
Qual è la vera Biancaneve di questo live-action?
Se lo scarto qui c’è, non è mai così forte da giustificare un anima proprio al film. Biancaneve resta comunque parente prossimo di quel capolavoro e, volenti o nolenti, Disney pretende che quel film sia rispettato. E allora è lì che soffre terribilmente, quando le due anime – una rivoluzionaria, socialista e una principesca, patriarcale – si intersecano. La pellicola non riesce mai a prendere una posizione netta e, nell’incontro tra queste due istanze, il film diventa lento e pedante. Biancaneve cerca di sfuggire al suo destino di principessa da salvare, anche eliminando la figura del principe (sostituito da un ladro di nome Jonathan) ma viene risucchiata ogni volta verso la necessità di rappresentare quel cartone che fù. Se Biancaneve salva un gruppo di ribelli con l’ingegno e l’astuzia, viene riportata sulla retta via verso i sette nani, queste figure terribili con fanno un salto a pié pari nell’Uncanny Valley. Se Biancaneve smuove il popolo verso una rivoluzione con il suo mantello rosso, il bacio del vero amore deve comunque riportala in vita.
E quindi da un lato Snow White cerca di essere rappresentatrice dei tempi attuali, di una società in cui la figura femminile è cambiata completamente. Si vuole discostare dalla versione del ’37 ma non ci riesce e anzi, non le rende neanche giustizia. Diventa tutto un po’ Kitsch e forzato nella misura in cui lo spettatore non riesce ad essere coinvolto in nessuna delle due versioni. E la regina cattiva, che negli anni ’30 cacciava Biancaneve perché voleva essere la più bella del reame, qui vive anche lei di due anime che non suonano all’unisono ed entrano in conflitto. Da un lato è la rappresentazione del potere distopico e quindi sinonimo e sintomo di una società malata, dall’altro resta quella regina originale che era simbolo di come la vera bellezza non sia quella esteriore ma quella interiore. Bisognava scegliere una via: quella del regno Disney cercando, nel modo meno doloroso possibile, di rappresentare in live-action un capo d’opera come Biancaneve e i sette nani oppure quella del bosco, dove si crea una nuova Biancaneve in forma rivoluzionaria, rappresentativa di una nuova forma sociale. Ma il piede in due scarpette non è mai la via giusta.
Alessandro Libianchi
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