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Brasile, la difficoltà dell’aborto

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Come si dice? Tutto il mondo è paese, purtroppo. Quest’anno la pandemia di Covid-19 ha fatto emergere molti degli abusi nascosti e silenziosi a cui le donne sono da sempre sottomesse e costrette. L’illegalità dell’aborto e le sue limitazioni sono tra i problemi irrisolti.
Ogni volta che ci si avvicina a una piena libertà nell’autodeterminazione del proprio corpo, ecco che scopriamo nuovi problemi e ostacoli.

Ebbene, dopo aver trattato l’aborto in pandemia, le difficoltà di trovare una clinica senza obiettori e la non disponibilità della Ru486 in tutta Italia, non possiamo tirarci indietro dal raccontare quello che accade nel resto del mondo.

Brasile, aborto negato

Non è solo un problema di pandemia, in Brasile l’aborto è illegale. Ci sono alcuni spiragli, come sempre, ma si riferiscono a casi di stupro, quando la vita della madre è a rischio o quando il feto è affetto da anencefalia (assenza parziale o totale della volta cranica e dell’encefalo).

Nel Nord del paese – in una regione che conta 17 milioni di abitanti – ci sono appena due cliniche per l’interruzione di gravidanza legale. Le donne, soprattutto nelle zone più rurali, sono ostacolate con ritardi e cattive indicazioni. L’intento è di far loro superare le settimane entro il quale l’aborto è praticabile.

Brasilia manifestazione - photo credits: web
Brasilia manifestazione – photo credits: web

Aborto, reato a doppia lama

Nel pieno rispetto delle due persone che citeremo nell’articolo, cercheremo di analizzare i casi in cui l’aborto è praticato o negato, come esempi della realtà brasiliana.

Il Brasile non pubblica i numeri degli aborti, ma si stimano tra i 400 e gli 800 mila ogni anno, in maggioranza illegali.

Brasile, coronavirus e limiti

Il caso di Paloma si sarebbe dovuto risolvere velocemente. Per lei l’aborto doveva essere garantito, essendo vittima di stupro da parte di un “caro amico” di famiglia (un ex fidanzato). Ma quella violenza doveva essere denunciata per rendere la pratica dell’aborto attuabile.
La paura di ritorsione da parte dell’ex compagno, verso di lei o verso i due figli, l’hanno fatta desistere dal percorrere la strada della legalità. La donna ha preferito mettere da parte i soldi per un’interruzione illegale.

Fortunatamente Paloma è riuscita a farsi aiutare da una delle poche cliniche che praticano l’interruzione anche oltre la 22esima settimana, alla quale era arrivata per via dell’impossibilità di muoversi a causa delle limitazioni imposte dalla crisi sanitaria.

Le donne rimaste in casa con i loro violentatori non hanno potuto accedere liberamente alle cliniche e solo con la fine delle restrizioni hanno avuto la possibilità di muoversi verso le poche restanti cliniche del Paese. Infatti, durante la pandemia, sono state chiuse 30 delle 76 cliniche presenti.

Il ritardo nel raggiungere le cliniche ha portato molte donne in avanti con la gravidanza, tanto da superare le 22 settimane entro il quale si può praticare legalmente. Le cliniche hanno così potuto negare l’interruzione, obbligando molte di queste donne verso metodi illegali e pericolosi.

Aborto e pro-life

Il caso della bambina di 10 anni: abusata dallo zio per 4 anni, alla bambina (il cui nome rimane giustamente anonimo) è garantita l’interruzione di gravidanza. Ma fuori dalla clinica un manipolo di politici e attivisti pro-life, Bibbia alla mano, cerca di fermare la pratica.
Il presidente della rappresentanza cattolica Walmor Oliveira de Azevedo ha dichiarato: “La violenza sessuale è terribile, ma la violenza dell’aborto non si spiega, date tutte le risorse esistenti e messe a disposizione per garantire la vita dei due bambini”.

Questo caso e le proteste della nota Sara Winter, sostenitrice di Jair Bolsonaro (presidente del Brasile) hanno portato a delle nuove linee guida per le cliniche. Da fine agosto infatti, le cliniche sono sono obbligate a denunciare i casi di stupro, anche quando le vittime non vogliono.

Questo perché senza i dettagli non si può procedere con l’interruzione di gravidanza. Bisogna provare lo stupro, potenzialmente mettendo a rischio la vita di queste donne. Sandra Leite, coordinatrice di un centro per le vittime di violenza, crede che questa decisione dipenda dalla volontà di scoraggiare le donne dal cercare aiuto. Un ulteriore ostacolo all’autodeterminazione della donna.

Brasile, uno dei tanti

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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

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