Uno dei motivi per cui è crollato l’impero romano è l’eccesso di burocrazia in un impero troppo vasto che per essere tenuto insieme produceva troppe scartoffie. Nel saggio “Burocrazia. Perché le regole ci perseguitano e perché ci rendono infelici” l’intellettuale libertario David Graeber spiega quanto sia il sintomo di una malattia grave di questo impero. Siamo sommersi di inutili procedure formali ovunque, per iscriversi in palestra bisogna laurearsi. Il paradosso è che tutto questo è accaduto nel sistema che si autodefinisce deregolamentato.

Burocrazia, la zona morta dell’immaginazione

Università e accademie ormai sfornano una serie di replicanti come quelli di Blade Runner. Come mai? Credevamo che i robot sarebbero stati trasformati in umani invece è successo il contrario. La mentalità quantitativa, meccanica e astratta della burocrazia produce un esercito di vigili urbani delle virgole che fanno multe per eccesso di libertà formale. Gli intellettuali e artisti tutta forma e niente arrosto sanno benissimo come usare i nuovi strumenti tecnologici, presentarsi in maniera accattivante “catchy”, sanno vendersi bene con le parole giuste e dal punto di vista formale sono molto efficienti.

Peccato manchi tutto il resto, ossia il contenuto. Forse perché passano le giornate a leggere i libretti delle istruzioni di un programma o di un’app. Certo ha contribuito anche la possibilità illimitata di accedere facilmente a contenuti leggeri. Nel saggio di Graeber si sottolinea quanta retorica venga fatta sulla lasciare libera iniziativa individuale nella società che ne lascia meno dal dopoguerra ad oggi.

Quelli che parlano continuamente di “essere concreti” intendono per concretezza riempire moduli e scrivere formalità inutili ma che danno l’impressione di fare qualcosa. Graeber mette in risalto come la burocrazia è una forza di polizia della mente e trasforma le persone in “zone morte dell’immaginazione”, uccidendo la creatività.
Il pragmatismo, che è fondamentale in qualsiasi campo, diventa un ostacolo se in nome della sintesi e velocità buttiamo via tutto.Eppure perfino nel mondo della cultura si vantano tutti di esserlo.
Infatti assomigliano di più a commercialisti, ingegneri, avvocati e informatici.

La civiltà dei moduli vuoti

Il regista Terry Gilliam nel film Brazil del 1985 immagina una società oppressa da una burocrazia iper-trofica che finisce per essere un sistema totalitario che controlla tutto. Il potere non è gestito da un dittatore ma da un meccanismo burocratico tentacolare e disumanizzante, dove i moduli cartacei contano più delle vite umane.
Da quando nelle accademie hanno detto che la verità non esiste, la coscienza non esiste, dio non esiste, l’io non esiste e la società non esiste, sono rimaste solo le procedure vuota ma ben infiocchettate. Da quando hanno superato il cliché dell’artista maledetto e alcolizzato.

In un’intervista Frank Zappa disse che si stava meglio quando c’erano i direttori delle case discografiche completamente ignoranti in materia musicale e che erano costretti ad affidarsi ad hippie raccattati per strada che finivano per trovare davvero roba buona. Da quando sono arrivati gli specialisti, intenditori e sound designer col phd è calata la qualità, le canzoni vengono fatte dai producer e i testi sempre dagli stessi. Ovviamente nessuno può dire queste cose altrimenti sei un boomer, ridicolizzare è il nuovo modo di censurare.

Come nel passato c’era la dittatura di dover dire che era sempre meglio prima, oggi siamo costretti a dire che è sempre tutto meglio oggi. Un minimo di equilibrio non si può avere. Una vita persa ad imparare qual è la grandezza giusta del carattere, senza mai sviluppare una forma di grandezza nel carattere. Dato che nessuno sa più costruire qualcosa di sacro tipo un tempio, abbiamo deciso di occuparci dell’arredamento. Da quando sono arrivati quelli bravi che fanno le cose perbene è finito tutto male.

Matteo Vitale