Il mondo digitale sta subendo un graduale ma inarrestabile deterioramento. Le principali piattaforme social, consapevoli dell’assenza di reali competitor sul mercato, stanno iniziando a declassare gli utenti per favorire il profitto. Nello scenario moderno, questo si identifica come «enshitification»: una pratica che introduce funzioni a pagamento o abbonamenti per attività dapprima gratuite. E questo inevitabilmente, tra inserzioni pubblicitarie e contenuti scadenti, porta a un peggioramento dell’esperienza per gli utenti.
È proprio la mancanza di alternative a permettere il peggioramento. Lo spiego proprio Finn Lützow-Holm Myrstad, direttore per le politiche digitali dell’NCC. «È un processo deliberato, una scelta consapevole delle aziende che approfittano del fatto che siamo intrappolati nei loro ecosistemi e non abbiamo reali alternative». Anche se il confine per definire un servizio «enshitified» è labile, poiché soggettivo, un esempio concreto è proprio Facebook. Secondo il rapporto dell’NCC, infatti, una delle principali piattaforme nate per la comunicazione ha subito un netto peggioramento dall’acquisizione di Instagram. Da allora Facebook «include interruzioni pubblicitarie obbligatorie, enormi quantità di contenuti scadenti generati dall’IA e vari altri tipi di contenuti». Se la suddetta acquisizione fosse stata bloccata quest’ultima avrebbe dovuto “dosare” diversamente «i contenuti sponsorizzati e le pubblicità», affinché l’esperienza non venisse drasticamente compromessa.
Perché avviene l’enshitification dei social? Un problema è la mancata concorrenza
Secondo Paul Richter, ricercatore del think tank Bruegel, il peggioramento avviene quando le piattaforme vengono messe davanti una scelta: garantire un servizio migliore o monetizzare? La decisione, come appare evidente, ricade sull’ultima opzione. «Ogni volta che la concorrenza si riduce, diventa semplicemente più facile per queste piattaforme offrire agli utenti un servizio di qualità inferiore», afferma Richter. Quindi, tra fusioni e acquisizioni, il mercato ha subito una significativa riduzione della pressione competitiva. A questo si aggiunge la consapevolezza che gli utenti sono legati a specifiche piattaforme per la presenza dei creatori preferiti o per mantenere la comunicazione con famiglia e amici. Da qui avviene l’impossibilità di potersi spostare per cercare alternative migliori.
Myrstad afferma ancora: «Se avessero, per esempio, permesso agli utenti di lasciare più facilmente il servizio, sarebbero molto più sensibili all’insoddisfazione dei consumatori». Pertanto, aggiunge: «Fanno invece tutto il possibile per tenere i consumatori bloccati». L’intera situazione si trasforma in un circolo vizioso in cui è complicato uscire, a meno che non subentri l’intervento dei governi. È anche vero che in Europa esistono delle norme che coprono una parte dei problemi legati all’«enshitification». Il Digital Markets Act (DMA), evidenzia Richter, obbliga i grandi «gatekeeper» come Google e Apple ad aggiungere «funzionalità chiave dei loro sistemi operativi ai concorrenti». Tale aspetto potrebbe contribuire alla creazione di un ambiente più concorrenziale, ma non si identifica ugualmente come sufficiente.
Le norme esistono, ma non sono sufficienti
A questo punto entra in gioco il Digital Services Act (DSA). Le norme dell’Unione europea sulle piattaforme online vengono infatti definite estremamente rigide, poiché impongono alle aziende di: condividere i dati, stimare l’impatto sociale delle proprie scelte di design e collaborare con le autorità di regolamentazione per moderare i rischi. Le aziende che non rispettano le regole possono essere severamente multate. Mentre altre norme già in vigore, come quella sulla tutela dei consumatori, risultano ancora deboli per porsi come contrasto al «enshitification».
Per questa ragione Myrstad spera che il futuro Digital Fairness Act (DFA) possa offrire a tutti una tutela completa. Pur non avendo ancora ricevuto risposte dai politici europei contattati per la campagna sulla «enshitification», risultano dei passi in avanti soprattutto in Nord America. Myrstad invita quindi anche gli altri governi a farsi carico del problema. Il mondo digitale è la base del nostro presente e lo sarà, forse ancor di più, per il nostro futuro. Pertanto è necessario che questo venga regolamentato non solo per una questione di correttezza, ma per garantire un uso protetto e onesto agli utenti.
Stefania Cirillo





