Per il Dantedì di oggi siamo giunti al Canto XXXI dell’Inferno di Dante. Qui i due viaggiatori si avvicinano al pozzo che circonda il lago di Cocito, tra ottavo e nono cerchio. Vi risiedono i giganti, con cui i due poeti non potranno discutere, in quanto i dannati parlano in un linguaggio incomprensibile.
I due poeti verso il IX Cerchio
E’ il 9 aprile 1300 (o 26 marzo), dopo le tre. Dante e Virgilio lasciano le Malebolge e si dirigono verso il IX Cerchio, attraversando in silenzio l’argine roccioso che separa i due luoghi. C’è una luce crepuscolare e si ricava l’impressione di una città cinta da torri. Avvicinandosi al pozzo, infatti, il poeta fiorentino ha la sensazione, dovuta al buio fittissimo, che in fondo si trovino delle torri. In realtà, spiega Virgilio, si tratta di giganti che emergono dalla profondità, dalla vita in su.
Poi caramente mi prese per mano,
e disse: «Pria che noi siamo più avanti,
acciò che ’l fatto men ti paia strano,
sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti»
I giganti, pena e contrappasso
I giganti si trovano dentro il pozzo, e intorno alle sue pareti. Sono condannati all’immobilità: alcuni sono legati, altri no. Per l’aver osato la scala a Dio, e quindi aver peccato di superbia, i giganti sono puniti attraverso condanne consone alla loro colpa, commessa in vita. In particolare, il gigante Nembrod, che tentò la costruzione della torre di Babele e a cui seguì la punizione della confusione delle lingue, è ora costretto a parlare una lingua nota solo a lui e a non capire gli altri; Fialte, invece, che sfidò gli dei e lottò con forza, adesso ha le braccia legate. Nessun gigante parla in modo comprensibile, perché tutti osarono sfidare la divinità, cristiana o pagana che fosse.

L’incontro di Dante con Nembrod e Fialte
Finalmente Dante schiarisce lo sguardo e riesce a distinguere le sagome dei giganti: prova, così, un terribile timore. Riconosce subito uno dei giganti, il cui aspetto spaventoso lo induce a ringraziare la natura perché non crea più esseri tali. Si tratta di Nembrod, alto circa 25metri, che grida parole insensate. Virgilio avverte il suo amico dicendogli che è inutile tentare di discorrere con il gigante e che, quindi, sarebbe meglio proseguire lungo il cammino.
I due viaggiatori vanno avanti e Dante individua un altro gigante, ancora più feroce. E’ Fialte, intrappolato con catene avvolte in più e più giri. Il suo moto d’ira è così tremendo da spaventare Dante, che mai aveva assistito al ribellarsi irrequieto di simili creature maestose.
Anteo, l’unico gigante capace di muoversi
I due procedono ancora e raggiungono Anteo. Virgilio ricorda al gigante le azioni che in vita lo condussero alla dannazione. Quando viveva nella valle di Zama in Nordafrica dove Scipione sconfisse Annibale, uccise più di cento leoni: se si fosse unito ai suoi fratelli nella lotta contro gli dei forse avrebbero vinto i giganti.

Dopodiché il gigante, spinto dal poeta latino, afferra i due poeti per condurli nel ghiacciato lago di Cocito. Infatti aiutandoli, sarebbe stato nominato da Dante nei suoi versi ottenendo, così, fama immortale. Il gigante depone, dunque, dolcemente i due al fondo della ghiaccia di Cocito, dove sono imprigionati Lucifero e Giuda, per poi sollevarsi di nuovo come l’albero di una nave. La presenza di Anteo e degli altri giganti in questo episodio è necessaria anticipazione della figura di Lucifero, la cui apparizione verrà evocata e preparata per gradi nei due Canti successivi e che chiuderà in modo non meno paradossale la rappresentazione del doloroso regno.
Martina Pipitone





