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Caso Genovese e la doppia telefonata di Roberto Bolle alla Polizia

Caso Genovese e la doppia telefonata di Roberto Bolle alla Polizia. Dalle indagini emergono sempre più dettagli sulla festa in cui Alberto Genovese ha violentato una giovane modella diciottenne dopo averla indotta ad assumere sostanze che l’hanno stordita. Uno di questi è che la polizia, nella sera del 10 ottobre, è stata chiamata per ben due volte e due volte si è recata sul luogo del reato. La seconda chiamata per disturbo della quiete pubblica è stata effettuata da Roberto Bolle che abita al piano immediatamente sotto l’attico di Genovese.

Come riferisce il Corriere della Sera, Roberto Bolle è stato sentito insieme a un’altra inquilina in quanto sono stati loro che, la sera della festa incriminata, hanno chiamato la polizia per «i continui rumori molesti e della musica a volume alto». La telefonata della prima inquilina è stata effettuata prima delle 22.40 con conseguente intervento della polizia per chiedere di abbassare la musica; quella dell’étoile della Scala è arrivata all’1.30, quando la musica era stata abbassata ma gli schiamazzi proseguivano.

Bolle già nel luglio 2019 era andato presso il commissariato Centro per rendere «sommarie informazioni» su quanto avviene spesso sopra il sui appartamento a Milano, ovvero «in ore notturne musica talmente ad alto volume da non riuscire a dormire».

Bolle, l’altra inquilina ma anche altri condomini hanno denunciato: dal 2017 Genovese ha installato un impianto per verificare il livello dei decibel così da mandare un proprio legale alle riunioni di condominio per provare che tutto era nella norma.

Si apprende dalle indagini, quindi, che la polizia si è recata due volte presso l’abitazione di Genovese per questioni di schiamazzi la sera dello stupro. Nel primo caso l’intervento è stato attorno alle 22.40 e ad aprire è stato lo stesso Genovese: «Invitato formalmente ad abbassare il volume della musica, acconsentiva e irritato rientrava all’interno, hanno riferito i poliziotti».

Lo stupro non era ancora probabilmente cominciato. Proprio attorno a quell’ora la vittima ha raccontato di essere entrata nella camera da letto e di avere assunto droga. Il secondo intervento della polizia avviene a tarda notte, dopo la chiamata di Bolle, ma gli agenti non riescono a raggiungere l’abitazione al sesto piano poiché le scale sono state bloccate da un cancello chiuso a chiave da Genovese, fatto installare apposta dall’imprenditore. I poliziotti hanno riferito che, mentre tentavano di raggiungere l’abitazione, sono stati fermati dal «domestico» che ha fatto sapere che Genovese non era presente» e che il party «era finito, infatti avevano spento la musica e fatto allontanare gli invitati».

Genovese, arrestato la sera del 6 novembre, si trova ora in carcere da dove ha chiesto di essere curato dalla dipendenza dalla cocaina che, a detta sua, in certi frangenti non gli fa capire più nulla. Un’altra ragazza ha denunciato alla Polizia di aver subito violenze dall’imprenditore, attivo nella creazione e vendita di start up.  

Intanto, ieri i legali del 43enne, Davide Luigi Ferrari e Marco Stucchi, hanno fatto sapere che ci sono ancora molte “zone d’ombra nella ricostruzione delle ore che Alberto Genovese e la persona offesa hanno passato insieme. La vicenda appare più complessa di quanto appare e risulta doveroso un approfondimento di molti temi sui quali noi stessi abbiamo disposto degli accertamenti di parte”.

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