Il caso Malpensa è una storia che comincia (e purtroppo non finisce) con il consenso (mancato): un concetto tanto semplice quanto ostinato da far passare in un’aula di giustizia. Non è difficile: un corpo che si blocca non acconsente.

Succede a Malpensa, qualche anno fa. Una hostess va da un sindacalista per risolvere una questione di lavoro. Lui, in venti-trenta secondi, la tocca, la sorprende, la travolge. Lei resta ferma, con una cartellina in mano. Per i giudici di primo e secondo grado, avrebbe potuto “dileguarsi”.

La vicenda del caso Malpensa e la questione più ampia del consenso

Questa storia non è un caso isolato. È un manuale di come la violenza sessuale viene ancora letta nei tribunali italiani: con lo sguardo puntato sulla vittima, a cercare quanto si è mossa, quanto ha urlato, quanto ha fatto per “meritarsi” di essere creduta. Un sindacalista, una hostess, venti secondi in un ufficio. Lei paralizzata, con una cartellina in mano. Per i giudici di primo e secondo grado quei venti secondi sarebbero stati abbastanza per dire di no, per scappare, per reagire. Non è successo. Quindi, per loro, non c’è violenza.

La Cassazione, almeno, ricorda una cosa ovvia: la sorpresa, lo choc, la paura possono bloccare. Si chiama freezing. La scienza lo dice da decenni, le donne lo sanno da secoli. Ma i tribunali continuano a misurare la legittimità del trauma con un cronometro.

Malpensa, consenso e una giustizia ancora troppo patriarcale

C’è un vizio di fondo: in Italia la vittima deve dimostrare di aver fatto di tutto per sottrarsi. Non basta dire “non lo volevo”. Deve mostrarlo in modo performativo, come se fosse una dimostrazione atletica di dissenso. Se non urla abbastanza forte, se non reagisce abbastanza in fretta, se non morde, allora è colpa sua.

È un principio antico: la donna che subisce deve essere la donna giusta, la vittima ideale. Il diritto penale occidentale (lo scrivono giuriste come MacKinnon o Smart) non è mai stato neutro. È uno strumento di controllo. La violenza sessuale non punisce solo l’aggressore: giudica anche la moralità di chi subisce.

Nessuna donna reagisce come la legge vorrebbe? Allora c’è un problema con la legge

Non esiste un unico modo di reagire. Lo dicono le ricerche sul trauma, lo dice la clinica, lo dice l’esperienza di chiunque abbia ascoltato una donna raccontare uno stupro o un’aggressione. Eppure in aula, troppo spesso, la reazione viene interpretata: se non c’è, è sospetta. Se c’è, dev’essere spettacolare.

Il freezing smonta questa finzione: mostra che un corpo può dire no senza urlare. Può dire no restando immobile. Può dire no senza dare spettacolo di eroismo. E questa realtà non piace a un sistema giudiziario che, di fatto, continua a pretendere di giudicare le donne prima ancora che i colpevoli.

Il processo si rifarà, ma è utile così?

Il nuovo processo è un segnale, non una soluzione. La legge c’è, la giurisprudenza pure. Ma la mentalità resta. Fino a quando ci sarà chi continuerà a confondere l’assenza di reazione con il consenso, ogni donna saprà che entrare in un’aula significa ancora dover difendere la propria credibilità, non denunciare un reato. Un corpo che si blocca non “mente” nè esprime un quale “tacito consenso”. Però, quel corpo freezato, si ritrova comunque contro un’intera cultura che non vuole credergli.

Maria Paola Pizzonia