Caso Silvia Romano: una taglia di 25 mila euro per rintracciare i rapitori della ragazza

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Di Redazione Metropolitan

  1. A quanto risulta dalle ultime indagini, la volontaria italiana ventitreenne rapita a Chakama, in Kenya, Silvia Romano, sarebbe ancora viva. A confermarlo, alcune intercettazioni che alluderebbero alla richiesta di un riscatto per la ragazza. In queste ultime ore, è  intervenuta la polizia di Malindi, mettendo una taglia di 25.000 euro come premio a chi fornisca informazioni sui rapitori, di cui sono stati già resi noti i nomi: Ibrahim Adan OmarYusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi. La speranza è che in questa maniera qualcuno abbia il coraggio di fornire informazioni utili alle forze dell’ordine, che hanno già raggiunto importanti risultati, con il reperimento dei nomi dei colpevoli, sfruttando le informazioni ricavate dalla vendita e l’assemblaggio delle moto, a Nairobi, su cui sono fuggiti gli uomini, portando con sé la ragazza. A essere interrogato, a tal proposito, Yusuf Tiboni, rivenditore di moto, che ha fornito alla polizia i dati dei documenti degli acquirenti.
    Il movente principale di rapimenti come questo è sempre e comunque da ricondurre all’estrema povertà in cui versano queste popolazioni, nonché alle situazioni politiche di oppressione e sfruttamento che questi Paesi subiscono; per questa ragione, la polizia spera seriamente di convincere i capi tribù a fornire maggiori informazioni in cambio di soldi.
    A quanto risulta, l’ intento iniziale era quello di portare Silvia in Somalia. Se così fosse, il raggio d’azione delle ricerche si amplierebbe ulteriormente, con il rischio che la ragazza non sia più rintracciabile.
    Intanto, sul web, in Italia, un’ondata di critiche e polemiche sterili nei confronti della ragazza (partita per prendere parte al progetto umanitario Ong Africa Milele per il sostegno ai bambini dell’orfanotrofio in Kenya) sta in questi giorni popolando tweet e bacheche di facebook, sostenendo che la Romano sia quasi andata a cercarsi un destino del genere, avendo scelto lei stessa di partire per una foresta sperduta dall’altra parte del mondo, tra gente costretta a vivere ad un livello di miseria e di arretratezza indicibili.
    Ma non sarebbe forse più saggio domandarsi che tipo di intervento, le grandi potenze mondiali, potrebbero mettere in atto, per fare in moto che Paesi ricchi di risorse come il Kenya distribuiscano equamente i propri tesori, evitando di affamare i tre quarti della popolazione? Non converrebbe capire che sono proprio i nostri governi europei, insieme all’America, a vendere le armi a queste popolazioni e ad addestrarle al terrorismo come stile di vita?  E, soprattutto, non converrebbe che le associazioni di volontariato chiarissero sin dall’inizio quelli che sono i rischi effettivi di un lavoro umanitario, anziché sfruttare le pagine di blog o siti di viaggio e avventura per motivare i giovani a fare un’esperienza intorno al mondo, quasi che si trattasse di una vacanza pura e semplice?
    In attesa di queste risposte, attendiamo, allo stesso modo, un risvolto positivo per la giovane Silvia che, al contrario di molti suoi coetanei, ha, in ogni caso, dimostrato coraggio e sensibilità impareggiabili. Ed anche ammesso, come sostengono alcuni rumors,  che la giovane, decidendo di compiere questa missione, fosse alla ricerca di qualche forma di visibilità, da neolaureata in mediazione linguistica quale è, beh… questa visibilità, se la merita davvero tutta.

GIORGIA MARIA PAGLIARO