Ce lo immaginiamo sempre ridotto male, ubriaco e maldestro, indebitato e blasfemo: il poeta maledetto francese per eccellenza della metà dell’Ottocento, Charles Baudelaire, che ha rivoluzionato tutto il Novecento senza saperlo, sdoganando la dottrina della poesia nella sua forma e nel suo perché. E in parte l’immaginazione non inganna, perché maledetto Charles Baudelaire era davvero.

Un fascino meschino, una ricerca del buio e mai della luce; barbone e mai borghese, mai la notte ma sempre l’oblio. Un orfano imbronciato, presto un ragazzino ribelle e curioso, ancora più tardi un uomo irriverente sedotto dalla bellezza del macabro. Cosa c’era dietro quella corsa alle prostitute, nei bicchieri vuoti su banconi sempre sporchi, dietro i vicoli che puzzavano di eccessi e vizi, lo avremmo capito più tardi. Una rivoluzione dal basso che avrebbe, poi, dissestato i piani più alti.

Charles Baudelaire. - immagine web
Charles Baudelaire. – immagine web

I Fiori Del Male, il capolavoro di Charles Baudelaire

Charles Baudelaire, a Parigi, si parlava male. Lo si faceva, soprattutto dopo il 1957, all’indomani della pubblicazione de I Fiori del male: l’opera più dissacrante del secolo che, in un modo o nell’altro, cambierà il modo di fare poesia del secolo successivo. Una critica disastrosa che fu nel tempo, invece, l’eco di una visione avanguardista tra tradizione e innovamento. Un nuovo modo di guardare la poesia, una nuova ricerca della verità che, oltre gli abiti borghesi, si sporcava di scandali e peccati.

Ma il vero scandalo di Charles Baudelaire è averlo rappresentato. Un realismo volgare, come la critica etichettava lo stile del poeta francese, che nascondeva una profonda rottura con la tradizione poetica dell’epoca e con il rapporto con il lettore. Non c’era nessuna dedica, nessuna dedizione e adulazione: Charles Baudelaire accusava lo stesso lettore a cui si riferiva, lo stesso che raccontava nella sua natura più intima e sporca. E’ l’uomo qualunque, è la noia della borghesia, l’ipocrisia della generazione.

I Fiori Del Male di Charles Baudelaire - immagine web
I Fiori Del Male di Charles Baudelaire – immagine web

L’ideal baudelairiano

E di questo tempo corrotto e corroso Baudelaire non canta l’introspezione, l’interiorità tenera e vittima: ne grida l’esteriorità, gli assassini e i beffardi, l’ubriachezza e la sifilide, ma anche la bellezza, l’amore, la poesia. Un connubio di corpo e forma indissolubile e naturale. La stessa antinomia del titolo dell’opera: la purezza dei fiori, e il male del peccato. E’ lo Spleen e l’Ideal baudelairiano, che è la stessa antitesi che avrebbero poi vissuto Rimbaud dopo di lui, Oscar Wilde con Dorian Gray, anche Pasolini in Italia, e anche qualcuno di noi, senza andare troppo lontani.

E’ il gioco della natura, è la faccia del giorno e della notte. Nel sublime c’è sempre il gusto dell’orrido, nell’eros c’è sempre l’eccitazione del proibito. La poesia di Charles Baudelaire è la provocazione che sveglia la noia dei tempi, che scompiglia le coordinate sociali, che supera l’evasione dall’esotismo. Una denuncia contemporanea che, nascondendosi nella ricerca estetica, ritrae la volgare condizione dell’uomo moderno. Un’estetica che condanna l’etica.

Charles Baudelaire - immagine web
Charles Baudelaire – immagine web

La rivoluzione di Baudelaire

E allora ecco che lo scandalo della poesia diventa lo specchio della decadenza della nuova società. Perché in una società degradata bisogna esprimere il degrado. La poesia è stato semplicemente il miele per far scendere meglio la medicina. La rivoluzione di Baudelaire era rispondere ai canoni del romanticismo con la cruda realtà. Era il 1957 quando il poeta maledetto rivoluzionava il criterio della bellezza dell’arte, quando l’uomo moderno credeva che fosse giusto fare schifo in una società che faceva schifo.

Oggi non siamo molto più belli della metà del ‘900. E andiamo a pari passo con il degrado contemporaneo. Sarebbe potuta valere come giusta espressione anche Young Signorino, quando l’arte poteva valere come provocazione produttiva, se non fosse che dei poeti maledetti abbiamo solo la pretesa e l’illusione di crederci poeti. Ma senza poesia e senza maledizione. Se non fosse che, a differenza della vecchia generazione, noi non rispondiamo a nessuna delusione: siamo già nati disillusi.

I nostri diritti sono desideri che crediamo illegittimi. Le nostre poesie non sono risposte, sono solo frasi. E, forse, la purezza della bellezza sarebbe la vera rivoluzione. E’ cosciente oggi chiedersi se l’arte sia più provocazione che esperimento sociale, più scandalo che avanguardia. E tu, da che parti stai?

Rossella Papa

 

 

 

 

 

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