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Che cos’è il lesbismo politico?

Il lesbismo politico è la pratica di libera scelta del lesbismo a scopo politico. Si tratta di un fermento interno al femminismo, in particolare a quello radicale. Spesso è infatti accostato al “separatismo lesbico”, cioè a quella strategia di allontanamento dall’uomo (considerato nemico) e dal sesso eterosessuale.

Il lesbismo politico si ritrova in diversi contesti geografici, dal mondo anglosassone all’esperienza latinoamericana, con specifiche caratteristiche. Si ritrova anche sotto diversi nomi, come per esempio “lesbiche radicali” o “movimento lesbico radicale”.

Un buon punto di partenza per capire il lesbismo politico è domandarsi che cos’è o cosa significa essere “lesbica” e perché le lesbiche, in questo scenario, non sono assimilabili alle donne.

Lesbismo politico: tra separazione e rivoluzione

La seconda ondata di femminismo ha incubato diversi femminismi, da quello liberale a quello lesbico. Il lesbismo politico nasce proprio come reazione al femminismo liberale degli anni Settanta e Ottanta. La teorizzazione, operata dall’ex professoressa di Scienza politiche Sheila Jeffreys, prevedeva l’incompatibilità del femminismo con l’eterosessualità. Famoso il testo del 1981 “Love Your Enemy? The Debate Between Heterosexual Feminism and Political Lesbianism” (trad: Ami il tuo nemico? Il dibattito tra femminismo eterosessuale e lesbismo politico).

Di fatto Jeffreys affermava che il comportamento eterosessuale fosse l’unità di base della struttura politica e sociale del patriarcato. Combattere il sistema sociale di dominio e privilegio maschile non poteva prescindere quindi dal proclamare gli uomini nemici (atto rivoluzionario) e dall’astensione al sesso eterosessuale (atto politico).

Lesbica e non donna: il rifiuto della condizione di “donna”

Lesbismo politico: photo Credits: Giorgia Bonamoneta
Lesbismo politico: photo Credits: Giorgia Bonamoneta

Che cos’è la donna, scrive Monique Wittig, se non una creazione dell’uomo per mantenere il suo dominio? Quando Simone de Beauvoir (qui ripercorriamo la sua teorizzazione femminista) ha affermato che “donna non si nasce, lo si diventa” stava negando qualsivoglia destino biologico, psichico ed economico che potesse definire l’altra parte del mondo oltre l’uomo.

Se “donna non si nasce” vuol dire che c’è stato un tempo nel quale siamo stati* tutti* Altro. Prima di essere condizionati*, assoggettati*, costruiti* come donne, in relazione agli uomini, cosa eravamo? È qui che Monique Wittig, per rispondere a questa domanda, immagina una terra delle amanti. Su Appunti per un dizionario delle amanti, scritto da Witting e Sande Zeig, si legge che:

Lesbica è colei che vive in un popolo di amanti, quella il cui interesse è diretto più di ogni altra cosa verso le sue amanti, colei che prova un violento desiderio per le sue amanti, colei che “non vive nel deserto” (luoghi non abitanti dalle lesbiche), che non è “perduta”.

Gli amanti sono le donne non donne, cioè quelle che rifiutano la categorizzazione di donna. La “donna” non è una categoria esistente, ma un prodotto di un rapporto sociale che viene difeso da tutte le presunte insidie, vedi l’invisibilizzazione delle lesbiche; è un prodotto da vendere con ogni mezzo, vedi la pornografia (non il Post-porno), il diritto alla vita contro l’aborto o il mito della Vergine Maria.

Lesbismo politico oggi: cosa rimane dopo le critiche

Come ogni affermazione rivoluzionaria, che vuole rompere la categoria binaria così resistente nell’immaginario collettivo, anche il lesbismo politico venne fortemente criticato. Le critiche arrivarono da uomini e donne, dal femminismo e dalle pratiche lesbiche. Si cercava la convivenza, la non irruenza, per non chiedere alle donne di non rinunciare al desiderio eterosessuale.

Lynne Segal, accademica e attivista socialista femminista, si è sempre schierata contro l’idea che gli uomini fossero nemici e che la violenza contro le donne non sia connaturata al loro genere, tanto che l’uomo ucciderebbe la donna uccidendo in primo luogo la parte femminile di sé. Secondo Segal l’atteggiamento delle lesbiche politiche si poteva spiegare come una profonda paura nei confronti dell’uomini, piuttosto che un amore per le donne e per la diversità (intensa come non categoria di genere).

Oggi il lesbismo politico è una pratica individuale di rifiuto delle categorie di genere, che guarda oltre alle definizioni di uomo, e in particolare di donna, con tutto l’immaginario e il significato che questo corpo accompagna. Il lesbismo politico è una pratica di recupero di una cultura e di un’identità lesbica distaccata da quella della donna nella storia, da sempre invisibilizzata poiché non legata a un padre, un fratello, un figlio. Si può quindi riassumere tutto il discorso sul lesbismo politico nella frase della femminista radicale A Ti-Grace Atkinson: “Il femminismo è la teoria; il lesbismo è la pratica”.

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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

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