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Il desiderio è politico?

“Desiderio” e “politica” possono sembrare due termini apparentemente molto diversi, provenienti da due gruppi di parole che non possono coesistere nello stesso discorso. Non è così.

Ilaria Ferrara, nell’introduzione a Desideri e potere: il paradigma politico del leviatano di Hobbes scrive del percorso del desiderio politico dai greci alla filosofia moderna. Nel modello politico dello Stato moderno di Hobbes, per esempio, la dimensione passionale è cancellata dal concetto di sovranità. La politica non è affatto razionale, così come il desiderio, ma Hobbes descrive una politica che ingabbia questo (la sua forza) e lo orienta e gestisce per costruire consenso.

Oggi parlare di politica e desiderio richiama a un aspetto della lotta femminista ed è giusto così. I diritti conquistati e gli spazi occupati sono la prova di un’esondazione del desiderio dal personale al collettivo. Dagli uomini liberi, al femminismo della seconda ondata, bianco e borghese, fino al riconoscimento dei corpi di tutti*. (La scrittura “i*” permette una lettura agevole a chiunque e a qualsiasi strumento di lettura, mantenendo un esplicito richiamo al linguaggio ampio). Ecco perché il desiderio è politico.

Manifestazione (Roma) - Photo Credits: redazione Brave
Manifestazione (Roma) – Photo Credits: redazione Brave

Che cos’è il desiderio?

Per rispondere prendiamo la definizione ufficiale di “desiderio”, quella descritta nel vocabolario della Treccani:

Desidèrio (ant. disidèrio e desidèro) s. m. [dal lat. desiderium, der. di desiderare «desiderare»]. – 1. Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale. – 2. Sentimento della mancanza di cosa necessaria al nostro interesse fisico o spirituale

Con “desiderio” si intende una ricerca, un bisogno o una necessità, ma con più passione. È un concetto carnale, una parola corposa, piena. “Necessità” si trascina dietro un senso di vuoto da riempire, mentre “bisogno” ha una connotazione quasi pietistica. La parola desiderio, al contrario, crea un immaginario fatto di soddisfacimento e richiama a pratiche individuali e collettive.

Desiderio e femminismo: la liberazione dei corpi

Il desiderio ha un ruolo nell’esperienza umana e ha plasmato le pratiche femministe. A lungo è stato accompagnato alla figura femminile, contrapponendolo alla presunta razionalità maschile. Questo perché le passioni sono state relegate nella sfera delle devianze (termine tornato in voga dopo l’uso che ne ha fatto Giorgia Meloni) e dei turbamenti dello spirito. È stato con il distacco del desiderio dal concetto di soggetto femminile-maschile che si è aperta una nuova strada.

Per esempio attraverso la pratica psicanalitica di autocoscienza si è riconosciuto il desiderio non più come una forma di disagio. È stato rivalutato come pratica politica delle donne, una politica del non-espresso. Così le donne hanno portato nella politica la sfera privata, quella che gli uomini avevano relegato nell’ambito domestico. Si ottennero così, per esempio, la legge sul divorzio e la legge sull’aborto. Cambiando le donne sono cambiate anche le leggi in una prospettiva di uguaglianza di diritti e pari opportunità.

Il superamento del maschile e femminile: il conflitto oltre i corpi

La seconda ondata di femminismo non ha liberato solo il corpo, ma anche il desiderio. La criticità principale è averlo però lasciato nelle mani di una piccola cerchia di donne bianche, etero, cis e non-disabili. Potremmo definirlo un femminismo accettabile dal patriarcato, poiché bianco e borghese. Un femminismo necessario sì, quanto carino.

La svolta è avvenuta quando sullo stesso piano del femminismo si è posto il desiderio dei diritti civili, del riconoscimento dei corpi, dell’indecoroso, del non rispettoso come parte di una politica più ampia e partecipata. Una politica che deve dialogare con tutti, tutte e tutti*, una politica ribelle e in conflitto. Nell’incontro tra i femminismi il desiderio ha assunto una nuova forma, non più strumento politico, ma forma di politica

La politica del desiderio (manifesto evento) - Photo Credits: Zalib
“La politica del desiderio” (manifesto evento) – Photo Credits: Zalib

La politica del desiderio: un workshop per l’autocoscienza

La liberazione dal patriarcato non è una lotta immediatamente collettiva, passa attraverso l’abbandono del disagio del desiderio, che è una pratica tutta individuale, ma che si può affrontare in un dialogo con l’Altro. Perché è solo dialogando, quindi teorizzando un linguaggio pratico e relazionale, un linguaggio politico, che si raggiunge l’autocoscienza. 

Con questo intento si apre “La politica del desiderio“, un queer feminist workshop ospitato il 4 settembre allo Zalib, un’associazione di promozione sociale nel cuore di Roma, nel I Municipio in Via della Penitenza – 35. Il workshop femminista sarà curato da Elena Tuan (su ig: @Multiversofemminista), che ha già portato il tema “Il desideri è politico?” in un evento che ha coinvolto anche un concerto e un dj set.

A Roma si ripete l’esperienza, arricchendosi di un’intervista a Flavia Restivo, Lou (su ig: @ms.femme89) ed Elia Bonci. A seguire una performance di Wow -Incendi spontanei e un open mic nel quale chiunque può prendere parola per 3-4 minuti sul tema del workshop.

Per iscriversi al workshop “Il desiderio e politico?” serve compilare il modulo qui riportato. Vi aspettiamo per la creazione di manifesti del desiderio e per una serata all’insegna del dialogo.

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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

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