Anthonia Egbuna aveva solo 18 anni quando fu uccisa a coltellate e gettata nelle acque del Po. Il suo corpo venne trovato e ripescato dal fiume nel febbraio 2012. Per l’omicidio della prostituta nigeriana sta scontando una condanna definitiva a 25 anni di carcere Daniele Ughetto Piampaschet, all’epoca 34enne. A incastrarlo il manoscritto di un racconto intitolato “La rosa e il leone”, trovato in casa della vittima e nel quale veniva descritto un delitto simile a quello che gli è stato contestato. Nel 2019 si era reso irreperibile dopo la condanna definitiva, ma era stato rintracciato e arrestato dai Carabinieri. Lui si dichiara da sempre innocente. 

Come è stato scoperto l’omicidio nel romanzo “La rosa e il leone” di Daniele Ughetto Piampaschet

Piampaschet si era innamorato di Anthonia Egbuna e i due si erano frequentati per qualche tempo, stando a quanto ricostruito dagli investigatori che indagarono sul caso. L’uomo le avrebbe quindi chiesto di lasciare la strada, offerta che la ragazza avrebbe rifiutato.

Nell’autunno 2011 della giovane prostituta, all’epoca 18enne, si erano perse le tracce. Qualche settimana dopo, nel febbraio 2012, il corpo della ragazza era stato ripescato a San Mauro Torinese, nelle acque del Po. Dopo il ritrovamento del cadavere, in casa della vittima i Carabinieri avevano scoperto alcuni fogli battuti a macchina.

“Salì in macchina e raggiunse rapidamente la vecchia casa di campagna. Rovistò nel fienile in mezzo alla paglia. Afferrò un fucile da caccia insieme alla cartucciera e tornò da Anthonia”, avevano letto nel manoscritto de “La rosa e il leone”, racconto firmato da Piampaschet che descriveva l’omicidio di una giovane prostiuta.

Stando a quanto riportato dai quotidiani dell’epoca, l’uomo aveva ucciso la donna con 20 coltellate e aveva poi gettato il cadavere nel fiume. Era stato quindi arrestato il 16 agosto 2012 con le accuse di omicidio volontario premeditato e occultamento del cadavere. Il giudice per le indagini preliminari Massimo Scarabello aveva emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere su richiesta del pubblico ministero Vito Destito, sostenendo che vi fosse il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato.

Il processo

Daniele Ughetto Piampaschet era stato portato a processo e il primo grado si era concluso nell’aprile 2014 con l’assoluzione dell’uomo “per non avere commesso il fatto”. Il manoscritto, secondo i giudici della Corte d’Assiste di Torino, non sarebbe stata una prova, ma avrebbe condizionato le indagini indirizzandole solo verso Ughetto.

In appello, però, la situazione si era ribaltata ed era arrivata la condanna a 25 anni. Oltre al manoscritto, sarebbero state trocata anche quasi 2mila telefonate tra l’uomo e la giovane assassinata in 10 mesi di frequentazione e il nulla dopo la scomparsa.

Ma la Cassazione aveva annullato la sentenza di secondo grado e chiesto che venisse celebrato un nuovo dibattimento. Nel 2018 al termine del nuovo processo di appello, i giudici avevano confermato la condanna decisa in secondo grado, diventata definitiva l’anno successivo.

Oggi, a 7 anni di distanza dalla condanna definitiva, Piampaschet è in regime di semilibertà, concesso dal Tribunale di Sorveglianza per il comportamento tenuto in questi anni di detenzione.

Ogni mattina lascia il carcere e raggiunge la casa del padre a Giaveno, di cui è badante. Deve rientrare nell’istituto alle 19. Intanto, in questi lunghi anni di detenzione si è laureato prima in Filosofia, poi in Scienze politiche e sociali.