Diventato prete a 25 anni – contro le aspettative del padre che lo voleva imprenditore – Don Antonio Loffredo è stato parroco al Rione Sanità dal 2001 al 2022, dando vita ad una vera e propria rinascita di una delle zone più difficili di Napoli. Proprio qui tanti giovani si sono dati da fare, dando il via, sotto la guida del sacerdote, ad iniziative culturali e turistiche che ad oggi hanno ottenuto prestigiosi riconoscimenti a livello mondiale, trasformando lo stesso “Rione” in una località ormai presa d’assalto dai visitatori.

Quando nel 2001 don Antonio Loffredo – ordinato prete nel 1984, e per un periodo cappellano volontario nel carcere di Poggioreale – arrivò a Rione Sanità, Napoli sembrava aver voltato le spalle a uno dei suoi quartieri più antichi e simbolici. Strade dimenticate, criminalità diffusa, e soprattutto, un sentimento di rassegnazione tra i suoi abitanti. «Era un quartiere complicato, ma ciò che mi aveva più colpito era la mancanza di speranza che qualcosa potesse cambiare», racconta oggi il sacerdote, classe 1959.

“E’ la prima volta che vedo una fiction in vita mia e ho capito l’abilità degli sceneggiatori nel tenere incollati gli spettatori a una storia. Pure io, che quelle vicende le ho vissute, nella loro versione romanzata ero curioso di vedere gli sviluppi di tutti i personaggi” – ha dichiarato don Loffredo in un’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana. “La serie è perfettamente fedele allo spirito con cui ho dato il via alla rinascita del Rione Sanità: la mia fiducia nei ragazzi e il ruolo di un’intera comunità, in primis le mamme. Era un quartiere complicato, ma ciò che mi aveva più colpito era la mancanza di speranza che qualcosa potesse cambiare e invece abbiamo dimostrato che è possibile fare cose impossibili, e quello del Rione Sanità spero sia un modello da esportare anche in altre realtà non solo napoletane”.

Don Antonio Loffredo diventa qui Don Giuseppe Santoro impegnato in quella trasformazione conosciuta con il nome di «Miracolo del Rione Sanità»: sei giovani volontari nati e cresciuti alla Sanità vengono coinvolti in un piano per riqualificare spazi abbandonati, come le catacombe di San Gennaro, e dare loro una concreta opportunità di lavoro nel campo dell’arte, dello sport e della cultura, come alternativa alla criminalità organizzata e al traffico di droga.

In questi casi, è facile cadere in quello che Edmondo Berselli chiamava il «ricatto del contenuto», quell’impianto retorico che si occupa di cose rilevanti in modo tale che i temi trattati sovrastino la forma e trasferiscano d’ufficio gli spettatori dalla parte dei migliori, forti di una prodiga licenza di superiorità morale (torniamo al santo del giorno).

Per sopire l’inevitabile folclore, per scongiurare gli effetti melodrammatici, sia pure in versione «Mare fuori», Miniero invita i protagonisti a rivolgersi direttamente al pubblico (in gergo tecnico si chiama «rottura della quarta parete») con il tono ammiccante delle annunciatrici di una volta.