Tra le frasi che i manifestanti, che in questi giorni si stanno riversando nelle strade di Teheran e del resto dell’Iran per protestare contro il regime e l’ayatollah Ali Khamenei, stanno ripetendo, le più gettonate sono sicuramente «Lunga vita allo scià!», e «Pahlavi tornerà».

I dissidenti fanno riferimento a Reza Pahlavi, sessantacinque anni, figlio di Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo scià di Persia, che governò il Paese dal 1941 al 1979. Quando in Iran scoppiò la rivoluzione, aveva solo diciotto anni, e viveva già negli Stati Uniti. I rivoltosi avevano costretto alla fuga suo padre, che morì di tumore un anno dopo. Per questo, Reza provò ad autonominarsi legittimo sovrano, ma il popolo e le autorità non lo presero minimamente in considerazione.

La “redenzione” di Reza Pahlavi

Negli ultimi mesi, tuttavia, qualcosa sembra essere cambiato. Quando, a dicembre, sono iniziate le nuove proteste, Pahlavi non ha perso tempo a schierarsi dalla loro parte, arrivando addirittura a proporsi come interlocutore politico. Ha promesso, inoltre, di non avere più aspirazioni di potere, né mire monarchiche, ma di voler essere piuttosto una figura di transizione per il Paese. In questi giorni, in particolare, sta postando spesso video sui propri canali social a sostegno dei manifestanti, e ha più volte chiesto l’intervento di Donald Trump e degli Stati Uniti, dove egli stesso vive con la sua famiglia.

Finora, il presidente si è rifiutato di incontrare il figlio dello scià e di dargli il suo appoggio. Lui, però non si arrende, e la prossima settimana parteciperà a un evento a Mar-a-Lago, nella speranza di ottenere un colloquio. Difficile, in ogni caso, che Pahlavi possa concretamente aspirare a una carica istituzionale. Nonostante i manifestanti stiano apprezzando il suo impegno a favore della causa, rimane una figura troppo ambigua per pensare di mettere nelle sue mani le sorti dell’Iran.

Federica Checchia