Nata intorno al 1978, originaria di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), Rosa Amato è figlia del boss Salvatore Amato. La sua vita da studentessa di Giurisprudenza che sognava di diventare avvocato, è cambiata nella notte del 20 marzo 1999, quando suo fratello Carlo venne ucciso dal clan dei Casalesi durante una serata in discoteca. Carlo morì dissanguato, a soli 19 anni, a causa di diverse coltellate, un episodio legato a rivalità con esponenti del clan dei Casalesi (in particolare collegato a Walter Schiavone, figlio di Francesco “Sandokan” Schiavone).

L’omicidio rimase impunito per l’omertà diffusa, all’inizio Salvatore Amato ha fatto dei favoritismi al clan Belforte di Marcianise, in cerca di informazioni sulla morte di Carlo, ma non ricevendo aiuto e per vendetta, decise di fondare il clan Amato.

Il clan Amato ha per anni allargato i propri traffici, espandendosi, e dopo l’arresto di suo padre Salvatore, Rosa Amato portò avanti gli affari. Rosa ha così abbandonato gli studi – dopo aver dato dieci esami all’Università, tra cui Diritto Penale – per entrare attivamente nell’organizzazione. Infatti, ha assunto un ruolo centrale nel clan, occupandosi degli aspetti amministrativi, ossia i pagamenti agli affiliati, e le frodi sulle slot machine.

In seguito a delle intercettazioni telefoniche, anche lei è finita in arresto, intorno al 2010. Dapprima sottoposta al regime di carcere duro (41-bis), decise successivamente di collaborare con la giustizia, rompendo il muro dell’omertà, testimoniando anche contro il padre. Questa scelta fu motivata anche dalla volontà di proteggere i suoi figli e di uscire dal ciclo di violenza, pur con un forte conflitto interiore.

Rosa Amato ha avuto i due figl,  Valery e Carlo, da due uomini diversi. Secondo quanto da lei dichiarato si tratterebbe di “due uomini sbagliati”, suggerendo che Rosa cercasse in loro l’affetto paterno che sentiva di non aver ricevuto dal padre Salvatore.

Al momento del suo arresto (intorno al 2010), i figli erano minorenni e rimasero fuori dal carcere, proprio la paura di perderli, in quanto rischiavano l’affidamento, fu uno dei motivi principali che spinsero Rosa a collaborare con la giustizia.