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Non solo Disney: il Cinema d’animazione-Parte 2

Uno dei generi cinematografici da me prediletti è quello del Cinema d’Animazione. In queste lunghe giornate di quarantena, ritengo valida l’opportunità di recuperare alcuni titoli non appartenenti al canone disneyano ma altrettanto meritevoli.

Ecco quindi la seconda parte di un personale listino che non comprende tutti i miei film d’animazione preferiti (altrimenti avrei pubblicato direttamente un libro) ma solo alcuni di essi. Di certo quelli che ritengo degni di essere (ri) scoperti.

Il Gigante di Ferro

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Cinema d’animazione. PhotoCredit: Web

Superman!

Prima di allietarci con i suoi film finanziati dalla Pixar, Brad Bird fu regista di questo piccolo ma sottovalutato lungometraggio uscito nel ’99 e solo colpevole di essere arrivato nel periodo in cui l’animazione digitale stava entrando prepotentemente nelle nostre vite.

Ambientato nell’America degli anni ’50 durante la Guerra Fredda, “Il Gigante di Ferro” è un racconto fantascientifico per famiglie che strizza l’occhio al cinema di Spielberg e a certe opere di Stephen King.

Il gigante di ferro
Il gigante di ferro. PhotoCredit: Web

Niente però di eccessivamente mieloso o cupo ma un onesto e gradevole racconto che narra l’incontro tra il piccolo Hogarth e un gigantesco robot (forse alieno) e della loro amicizia messa a rischio solo dal terrore dilagante presente nel paese.

Il Gigante di Ferro” non è un cartone animato che vive di guizzi particolari o innovativi ma il suo segreto sta proprio nella sua semplicità e nel suo clima nostalgico e ironico che lo rende non solo un prodotto adatto a tutti ma anche un gradevole spaccato americano appartenente ad un’altra epoca.

il gigante di ferro
Il gigante di ferro. PhotoCredit: Web

Un’opera dal sapore vintage che ricrea alla perfezione un mondo e un cinema d’altri tempi sia nelle tematiche che nello stile e nella galleria dei personaggi, ciascuno vicino ad un archetipo del genere (il piccolo protagonista, lo “straniero” venuto da chissà dove, la madre single ma temeraria, il nuovo arrivato nel paese con cui Hogarth fa amicizia, l’ossessivo agente governativo antagonista, l’esercito americano) ma mai stereotipato.

Questo è un altro cartone animato poco noto o riconosciuto. E per questo vi consiglio un recupero immediato. E non solo per i nostalgici.

Il gigante di ferro
Il gigante di ferro. PhotoCredit: Web

Un Bambino di nome Charlie Brown

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Cinema d’animazione. PhotoCredit: Web

Con le ombre della notte, torna a casa sua…Charlie Brown

I Peanuts. Che dire di questi eccentrici e indimenticabili personaggi? Io li adoro.

Il mondo di Charles M. Schulz popolato da bambini che si comportano da adulti (senza esserlo però) e da animali dotati di un’ inaspettata intelligenza è stato scenario di una serie a fumetti popolare e magistrale nel suo sapere mescolare umorismo visionario e malinconia perfida. E sono in pochi oggi a non conoscere l’eterno perdente Charlie Brown, l’irritante Lucy, il saggio ma complessato Linus e il cane sognatore Snoopy.

Peanuts
Peanuts. PhotoCredit: Web

Un Bambino di nome Charlie Brown” è il primo lungometraggio cinematografico del gruppo e forse quello che riassume nel modo migliore il mondo dei Peanuts. Il film di per sé non ha nemmeno una trama unica ma è un insieme di alcune storie che vedono il povero Charlie Brown alle prese con diversi tentativi per dare una svolta alla sua vita. Le tenta tutte ma invano o almeno finché non vede in una gara di spelling l’opportunità per diventare famoso e apprezzato da tutti.

Un bambino di nome Charlie Brown
Un bambino di nome Charlie Brown. PhotoCredit: Web

La narrazione ad episodi è forse un po’ datata e si vede ma poco male. Lo spirito dissacrante e tragicomico di Charlie Brown e co. è al suo meglio. E se non avete mai avuto l’occasione di incontrarli e di farvi quattro risate con loro, “Un Bambino di nome Charlie Brown” è l’ideale per cominciare.

Un bambino di nome Charlie Brown
Un bambino di nome Charlie Brown. PhotoCredit: Web

Lucky Luke-Daisy Town

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Cinema d’animazione. PhotoCredit: Web

Sono un cowboy solitario ma sto bene come sto,

quel che mi è necessario è un cavallo e già ce l’ho

sto bene con le donne ma a tutte dico Addio

Legami non vogliamo il mio cavallo ed io

Eccoci con Morris e René Goscinny e Lucky Luke, protagonista della loro storie a fumetti. Insieme a “La Ballata dei Dalton”, “Daisy Town” è l’unico lungometraggio con protagonista il cowboy solitario ad essere giunto in Italia.

Daisy Town” è tratto da una storia abbastanza semplice della serie: una cittadina schiacciata dal crimine viene salvata da Lucky Luke che diventerà lo sceriffo e dovrà contrastare diverse minacce che comprendono gli indiani e gli immancabili fratelli Dalton.

Daisy Town
Daisy Town. PhotoCredit: Web

Goscinny e Morris sfruttano proprio la semplicità del soggetto per dare carta bianca al loro umorismo dissacrante e alla fantasia più sfrenata, dando vita ad uno dei cartoni animati più scatenati e creativi della produzione francese. Elencare tutte le gag e le trovate visive sarebbe molto difficile poiché innumerevoli e servite una dietro l’altra. Posso dire che lo spirito della serie della coppia è rispettato e che i loro personaggi rimangono sempre accattivanti.

Daisy Town
Daisy Town. PhotoCredit: Web

Daisy Town”. Una commedia sardonica e variegata che per i cultori dell’animazione più eccentrica non può mancare nella propria lista.

Daisy Town
Daisy Town. PhotoCredit: Web

Le 12 Fatiche di Asterix

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Cinema d’animazione. PhotoCredit: Web

Creati dal recentemente defunto Albert Uderzo insieme a René Goscinny, Asterix e Obelix sono protagonisti di deliranti e comiche avventure ambientate nell’epoca dell’Impero Romano. Un pezzo di storia narrato in chiave sarcastica dove i Romani sono un manipolo di babbei che vengono contrastati da un irriducibile villaggio di Galli, grazie ad una portentosa pozione magica.

Asterix e Obelix sono quei personaggi che non si possono non amare e sono i protagonisti ideali di diversi lungometraggi animati ancora oggi tratti dalle migliori pagine dei fumetti.

Asterix e Obelix
Asterix e Obelix. PhotoCredit: Web

Il migliore di questa serie è paradossalmente (o forse proprio per questo) l’unico tratto da una storia originale, scritta appositamente per un film: “Le 12 Fatiche di Asterix”.

Il ritmo è sfrenato, le caratteristiche principali dei protagonisti (Asterix, piccolo e intelligente, e Obelix, grosso e un po’ lento ma candido) vengono valorizzate al meglio e l’umorismo che ha fatto la fortuna del fumetto franco belga (come “Tin Tin” o “Lucky Luke”) ci regala molte situazioni (l’incontro con il Germano, il Saggio della Montagna, la demenziale prova della Casa che rende folli) e personaggi indimenticabili.

In sostanza non il prodotto più rivoluzionario del cinema d’animazione ma di sicuro uno dei più divertenti.

Non solo Disney: il Cinema d'animazione-Parte 2
Le 12 fatiche di Asterix. PhotoCredit: Web

Metropolis

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Cinema d’animazione. PhotoCredit: Web

Chi sono io?

Metropolis” è un film particolare persino per gli standard degli anime giapponesi. Non solo per lo stile d’animazione più “cartoonesco” ma anche perché è, a tutti gli effetti, un remake del celebre film diretto da Fritz Lang nel lontano 1927. Punti di contatto tra i due film sono a grandi linee la trama e le tematiche, entrambe rielaborate in modo simile ma comunque differente.

Non solo Disney: il Cinema d'animazione-Parte 2
Metropolis. PhotoCredit: Web

Se il film di Lang era un attacco diretto verso la minaccia di un futuro distopico e dominato dalle macchine, la pellicola di Rintaro (a sua volta basato sull’omonimo fumetto di Osamo Tezuka) affronta invece le tematiche della discriminazione e della smania di potere che mina la pace e rende più creativa la crudeltà umana.

Fantascienza adulta e poco conciliante ma che non nasconde una possibile speranza per il futuro.

Non solo Disney: il Cinema d'animazione-Parte 2
Metropolis. PhotoCredit: Web

Questa contraddizione viene espressa perfettamente tramite l’incontro/scontro tra i diversi personaggi e dal fulcro di tutta la storia: Tima, l’androide con l’aspetto di una bambina ma dotata di un potere mostruoso (paragonabile a quella della sua antenata Maria nel film di Lang).

Tima
Tima. PhotoCredit: Web

Accompagnato da una splendida animazione, “Metropolis” rimane ad oggi uno dei film animati giapponesi più originali e quello che possiede una delle sequenze d’animazione più drammatiche e indimenticabili di sempre: la distruzione della Ziggurat sotto le note di “I Can’t Stop Loving You” di Ray Charles. Una scena di puro cinema (non solo animato) per un film che meriterebbe maggior riconoscimento.

Metropolis
Metropolis. PhotoCredit: Web

Rango

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Cinema d’animazione. PhotoCredit: Web

Gore Verbisnki è noto ai più per essere il regista dei primi tre film della serie “Pirati dei Caraibi”. In realtà già in quei film si notava un mestiere e uno stile che si possono riscontrare con maggior convinzione nei suoi film più “indipendenti”.

Film come “The Mexican” (tutt’altro che perfetto ma gradevole e con qualche bel tocco), “Un Topolino Sotto Sfratto” (film per famiglie che riesce a ricreare l’atmosfera del cartone animato) e “The Weather Man”. Ad oggi il suo capolavoro rimane proprio la sua escursione nel cinema d’animazione con il bizzarro e divertente “Rango”.

Ciò che rende “Rango” così accattivante è che non gioca la carta più facile ovvero la parodia del cinema western ma bensì risulta un film con un universo consolidato in cui gli animali sembrano regrediti all’epoca della frontiera mentre il mondo degli umani sembra quello attuale.

Rango
Rango. PhotoCredit: Web

E poi c’è Rango, camaleonte domestico dalla fervida immaginazione e un po’ fanfarone che finisce nel Deserto del Mojave e successivamente nella cittadina di Polvere. Spacciandosi per un eroe di mille avventure (ovviamente fittizie), Rango diventa il beniamino della cittadini che lo eleggono sceriffo. Tutto sembra andare bene per il camaleonte almeno finché le macchinazioni del Sindaco John, anziana e losca tartaruga che domina la città, non vengono smascherate.

Rango
Rango. PhotoCredit: Web

Un film d’animazione come “Rango” si vede raramente. Non solo la grafica digitale è funzionale allo stile del racconto ma anche la narrazione risulta efficace grazie ad un’ottima combinazione di humor (talvolta anche molto nero), citazionismo servito in giuste dosi e creatività. E soprattutto è uno di quei cartoni animati in cui la regia fa la differenza.

Verbinski non è un noto autore ma di certo è un ottimo mestierante e con “Rango” si è guadagnato un meritato Oscar per il Miglior Film D’Animazione. Per questo motivo è un film che va recuperato il più presto possibile.

Rango
Rango. PhotoCredit: Web

Pom Poko

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Cinema d’animazione. PhotoCredit: Web

Pom Poko” è la delirante e talvolta spassosa storia dei tanuki (animali simili a procioni e celebri nel folklore giapponese sin dai tempi antichi) e della loro impresa: la conquista della collina di Tama. Questa missione però fallisce a causa del progresso urbanistico e quindi i tanuki si ritrovano in una lotta tra clan per la sopravvivenza. Quando però l’uomo ritorna, i tanuki decidono di passare all’azione.

Pom Poko
Pom Poko. PhotoCredit: Web

Irascibili, burloni e spesso maliziosi. I tanuki sono questo e altro. Sono creature dedite al trasformismo e agli scherzi ma sono in fondo abitanti della natura e per questo minacciati dal progresso edilizio degli esseri umani. Tutto narrato da un film animato scanzonato ma, come quasi tutti i film dello Studio Ghibli, non stupido e pieno di riflessioni sul presente e, perché no, sul futuro.

Pom Poko
Pom Poko. PhotoCredit: Web

È curioso vedere un film “ambientalista” narrato dal punto di vista di creature che in realtà non esistono nemmeno se non nelle leggende e nelle tradizioni. Aggiungete un ritmo divertente e divertito e avrete “Pom Poko”, uno dei film più originali e forse tra i più belli diretti da Isao Takahata.

Pom Poko
Pom Poko. PhotoCredit: Web

Heavy Traffic

Heavy Traffic
Heavy Traffic. PhotoCredit: Web

Parliamo di Ralph Bakshi. Nessun campanello suona? Rimediamo subito.

Bakshi si può considerare come il fautore del cosiddetto “cartone animato per adulti”. Tutto iniziò con “Fritz il Gatto”, ispirato alle strisce a fumetti di Robert Crumb e primo lungometraggio animato vietato ai minori. Fu un prodotto rivoluzionario che cambiò l’industria del cinema d’animazione e che introdusse in modo diretto la poetica di Bakshi. E come sono i suoi film? Satirici, perfidi, visionari e spesso molto espliciti.

Fritz il gatto
Fritz il gatto. PhotoCredit: Web

Nel ’72 “Fritz il Gatto” uscì nelle sale cinematografiche e sconvolse tutti, ottenendo uno strepitoso successo. L’anno successivo Bakshi non si siede sugli allori ma anzi rincara la dose con il suo film più personale e, secondo me, migliore: “Heavy Traffic”.

Che cos’è “Heavy Traffic”? Da una parte è un ideale seguito della satira di Fritz ma dall’altra rappresenta l’ennesimo ritratto (per il periodo, s’intende) della Grande Mela e del suo lato più squallido e folle.

Heavy Traffic
Heavy Traffic. PhotoCredit: Web

Alla pari di certe opere di Martin Scorsese o Abel Ferrara, Bakshi ci trasporta in un mondo violento e privo di regole ma anche talmente grottesco da suscitare riflessioni amare. È sorprendente vedere che non si sa se ridere o essere disgustati da una New York popolata da mafiosi, ebrei, travestiti, barboni, teppisti e altri ancora.

Heavy Traffic
Heavy Traffic. PhotoCredit: Web

Ciò che colpisce ulteriormente di “Heavy Traffic” è l’animazione. Non solo per l’alternanza tra riprese live action e disegni animati ma anche per un gusto del visionario che aveva reso affascinante anche “Fritz il Gatto”.

Come molti titoli del regista, “Heavy Traffic” non ha mai trovato distribuzione in Italia finora. Si può recuperare facilmente sul web e non dico che sia facile da seguire ma vi assicuro che se volete provare qualcosa di diverso e di più estremo, “Heavy Traffic” è la scelta migliore.

Heavy Traffic
Heavy Traffic. PhotoCredit: Web

La Storia della Principessa Splendente

La Storia della Principessa Splendente
La Storia della Principessa Splendente. PhotoCredit: Web

Ennesimo appuntamento col Giappone e col signor Isao Takahata. Un autore che non ha mai avuto la stessa fama e fortuna del collega e amico/rivale Miyazaki per via dei suoi soggetti sempre variegati e spesso controversi. Così dopo lo struggente “Una Tomba per le Lucciole” e il delirante “Pom Poko” è il turno del bellissimo “La Storia della Principessa Splendente”, film d’animazione basato su un antico racconto popolare giapponese che narra di un tagliatore di bambù che un giorno scopre all’interno di un fusto una minuscola creatura luminosa.

La Storia della Principessa Splendente
La Storia della Principessa Splendente. PhotoCredit: Web

Portatala alla moglie, la creaturina si trasforma subito in una neonata e per questo viene adottata dalla coppia. La bambina cresce a dismisura e si inserisce nella vita del villaggio fino a quando alcuni “doni” provenienti dalle canne di bambù suggeriscono al padre adottivo di preparare un “futuro felice” per la Principessa Splendente.

La Storia della Principessa Splendente
La Storia della Principessa Splendente. PhotoCredit: Web

Una fiaba che ha il sapore del racconto tradizionale (grazie anche ad un disegno più vicino all’illustrazione che ai virtuosismi odierni) e dall’atmosfera amara e sovrannaturale (come il folklore giapponese del resto).

La Storia della Principessa Splendente
La Storia della Principessa Splendente. PhotoCredit: Web

Takahata ha impiegato 8 anni per finire questo film, spendendo la bellezza di 5 miliardi di yen e rischiando addirittura di non essere mai distribuito. Si può dire però che ne è valsa la pena. “La Storia della Principessa Splendente” è forse il film più semplice di Takahata eppure anche quello più originale a livello artistico.

La Storia della Principessa Splendente
La Storia della Principessa Splendente. PhotoCredit: Web

La Collina dei Conigli

Watership Down
Watership Down. PhotoCredit: Web

Tanto, tanto tempo fa il grande Frits creò l’universo. Mise in cielo le stelle, e in mezzo al firmamento mise il mondo. Poi, il Grande Frits creò tutti gli animali della terra e gli uccelli dell’aria, e gli fece di principio tutti uguali. Fra gli animali allora c’era Elil-hrair-rah, il principe dei conigli

Io adoro “La Collina dei Congili”. Il romanzo di Richard Adams è stata una delle letture più indimenticabili della mia vita e tuttora vorrei avere la possibilità di rileggerlo più volte. Proprio come “La Fattoria degli Animali”, l’odissea del gruppo di conigli capeggiati dal valoroso Moscardo non poteva che essere rappresentato tramite il cartone animato.

Watership Down
Watership Down. PhotoCredit: Web

Il film di Martin Rosen funziona per due motivi tutt’altro che banali.

Il primo: è fedele al testo. Lo spirito del racconto e la narrazione rimangono coerenti con ciò che Adams ha scritto e il film si limita ad un lavoro di scrematura (qualche evento eliminato e meno personaggi).

Il secondo: l’animazione. Considerando che “La Collina dei Conigli” ha per protagonisti, per l’appunto, dei conigli che parlano e pensano quasi come degli umani (badate: Quasi) poteva essere inevitabile la “trappola disneyana”.

Watership Down
Watership Down. PhotoCredit: Web

Il film mostra, grazie ad un disegno semplice e realistico, un gruppo di personaggi autentico e protagonista di una cruenta storia di sopravvivenza ambientata in un’ Inghilterra Meridionale che per i conigli è uno scenario ricco di pericoli, bizzarri incontri e di un continuo faccia a faccia con la morte (qui rappresentata da un inquietante Coniglio Nero).

Watership Down
Watership Down. PhotoCredit: Web

Trovo irritante che la gente consideri questo film “per bambini” solo per la presenza di animali parlanti per poi essere sconvolti dalla visione ma direi che giunti al 2020 ormai le persone possono informarsi in anticipo. Se siete pronti quindi a quello che vi aspetta, “La Collina dei Conigli” è un lungometraggio animato da non perdere.

Watership Down
Watership Down. PhotoCredit: Web

Per scoprire le successive posizioni, vi aspettiamo la prossima settimana. Stesso luogo, stessa ora!

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