Il colonialismo non è un crimine se a commetterlo è Israele, con morti non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania. Ventidue nuovi insediamenti per completare l’annessione. Mentre il mondo guarda altrove, Netanyahu e l’estrema destra israeliana normalizzano l’apartheid.
Il 29 maggio 2025, in pieno genocidio a Gaza, Israele ha approvato la più grande espansione delle colonie in Cisgiordania da decenni. Ventidue nuovi insediamenti – alcuni in aree da cui l’esercito israeliano si era formalmente ritirato nel 2005 – sorgeranno tra Homesh, Sa-Nur, il fiume Giordano e il confine orientale con la Giordania. Un’operazione che porta la firma di due falchi del governo Netanyahu: Israel Katz, ministro della Difesa, e Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader dell’estrema destra religiosa sionista.
Questa nuova fase di colonizzazione è una dichiarazione esplicita: Israele non ha alcuna intenzione di fermarsi, né di rispettare il diritto internazionale. La Cisgiordania è oggi un mosaico di checkpoint, muri e insediamenti armati, e questa mossa punta a rendere irreversibile l’annessione de facto del territorio palestinese, già occupato militarmente dal 1967.
Cos’è un “outpost” e cosa c’entra col colonialismo di Israele (anche) in Cisgiordania
Molti dei nuovi insediamenti andranno a sostituire gli “outpost”. Si tratta di avamposti costruiti illegalmente dai coloni estremisti senza autorizzazione formale, ma da sempre tollerati (e difesi) dall’esercito israeliano. Altri saranno creati ex novo, con un’architettura urbana che mima le città moderne, ma sorge su terra espropriata, rubata a una popolazione sotto occupazione.
Ma prima spieghiamoci. Nel contesto dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, gli outpost sono insediamenti costruiti dai coloni israeliani senza l’approvazione ufficiale del governo. Stanno spesso in aree particolarmente strategiche o contese. Anche se formalmente illegali anche secondo la legge israeliana, nella pratica questi avamposti vengono raramente smantellati, anzi: molti vengono poi “legalizzati” retroattivamente dal governo, trasformandoli in colonie riconosciute. Sono quindi uno strumento informale ma funzionale alla colonizzazione, e rappresentano una forma aggressiva di espropriazione graduale del territorio palestinese.
Il piano punta chiaramente al consolidamento militare ed etnico: nuovi insediamenti strategici verranno posizionati per chiudere le maglie del controllo israeliano lungo assi vitali come la valle del Giordano, rendendo sempre più difficile – e irrealizzabile – la nascita di un futuro Stato palestinese.
Questo è apartheid normalizzato, con complicità internazionale
Dall’inizio dell’occupazione nel 1967, Israele ha costruito oltre 150 colonie in Cisgiordania, dove oggi vivono tra le 500.000 e le 700.000 persone. Coloni che arrivano per ideologia o per convenienza economica, ma che sempre più spesso si rendono protagonisti di attacchi violenti contro la popolazione palestinese, spesso con la complicità o la protezione dei soldati israeliani.
Le parole usate dal ministro britannico per il Medio Oriente, Hamish Falconer, parlano chiaro:
“Questa decisione rappresenta un deliberato ostacolo alla pace e alla soluzione dei due Stati.”
Anche l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha definito la mossa
“una forma di annessione mascherata, parte di un piano sistemico per spezzare ogni speranza di autodeterminazione palestinese.”
Non è urbanistica, è genocidio
Mentre la Cisgiordania viene divorata dagli insediamenti come una terra da spartire, Gaza è un cimitero a cielo aperto. Dal 7 ottobre 2023 a oggi, oltre 54.000 palestinesi sono stati uccisi, tra cui migliaia di donne e bambini. Non si tratta più di “danni collaterali ” o “effetti della guerra”: è un massacro sistematico, una punizione collettiva che il diritto internazionale definisce crimine di guerra. Intanto, le Nazioni Unite denunciano, i rapporti si accumulano, i dati sono schiaccianti. Ma nessuna sanzione reale colpisce Israele. Nessuna misura concreta da parte delle potenze occidentali. Il governo Netanyahu prosegue indisturbato, protetto dallo scudo degli Stati Uniti e dall’assordante silenzio complice dell’Europa, che si limita a comunicati diplomatici mentre continua a commerciare, cooperare e rifornire Tel Aviv.
Parlare di pace mentre si approva la più grande espansione coloniale degli ultimi trent’anni è ipocrisia istituzionalizzata. Chiamare “difesa” la distruzione di ospedali, scuole, infrastrutture civili è un abuso semantico e morale. Nel 2025, mentre si proclamano diritti umani e civiltà democratica, si normalizza una pulizia etnica trasmessa in diretta mondiale. E il mondo guarda altrove, come se non sapesse. O peggio: come se non gli importasse.
Maria Paola Pizzonia





