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Concorso di bellezza per giornaliste: il “j’accuse” di Claudia Catalli

Pochi giorni prima della fine dell’anno, come se il 2020 non fosse già stato così difficile per conto suo, su Instagram, nella pagina social “giornalistaditalia” è stato pubblicizzato una sorta di concorso di bellezza per giornaliste. Le professioniste dell’informazione erano invitate ad inviare le loro foto per poi essere pubblicate, giudicate e votate.

A metà strada tra Medioevo, oggetto d’arredamento e merce su una bancarella al mercato, ci meravigliamo di come, alle soglie del 2021, possano ancora esistere queste esibizioni “davvero innovative”.

La libertà di mandare foto ed essere votata è insindacabile e intoccabile. Proporre uno svago del genere lo è allo stesso modo, ma riflettere sul significato e l’appropriatezza di tali gesti, è forse necessario.

A raccontarci l’esperienza con il “concorso” e il suo punto di vista è Claudia Catalli, giornalista, autrice, conduttrice, tra i critici abituali del programma Cinematografo su Rai Uno. Ha maturato esperienze di conduzione in ambito radiofonico e televisivo, ideato una miniserie (Anna, quella che non sei) e fondato il format culturale CineCocktail. Collabora con testate prestigiose occupandosi prevalentemente di cinema e cultura (Grazia, Wired, GQ, MyMovies e altre).  

Spiegaci cosa è successo riguardo questo fantomatico concorso di bellezza per giornaliste.

Sono stata aggiunta sul mio profilo Instagram (clacatalli) da una pagina creata per una gara di bellezza tra giornaliste radiotelevisive, al fine di eleggere “la più bella della stagione invernale”. Un concorso “simpatico e divertente”, a detta loro. Non mi sono limitata a non partecipare e a segnalare la pagina a Instagram per il suo contenuto offensivo, ma ho risposto all’organizzatore – che non è mai uscito dal suo anonimato – invitandolo con educazione a ripensare alla sua pagina: ci sono tanti modi per usare i social, sta a ognuno di noi scegliere il più opportuno. Sempre nel rispetto della dignità degli altri e delle altre – giornaliste radiotelevisive comprese.

Com’è andata a finire?

Il tizio prima ha risposto con sarcasmo, ringraziandomi della pubblicità involontaria del concorso grazie alle mie stories, poi dicendo che tutto era nato come risposta alla noia dei “tempi del covid” (!) tanto per dare “un po’ di colore e spensieratezza in queste giornate”. Gli ho sottolineato più volte quanto tutto ciò fosse offensivo e fuori luogo, si è giustificato dicendo che esistono tante altre pagine offensive addirittura con minorenni protagoniste di concorsi di bellezza. Quando ho capito, pur insistendo, che non c’era molto altro di cui parlare, l’ho nuovamente invitato a modificare la sua pagina e l’ho bloccato. Cosa che, a posteriori, lui ha fatto con tutti quei followers e colleghi che guardando le mie storie gli hanno scritto, tra proteste e lamentele. Morale della favola? La pagina è ancora lì su Instagram, ma almeno in rete se n’è parlato. 

Non è la prima volta che accadono queste cose, come Codacons insegna, dopo essere stato accusato di sessismo per il suo calendario. Cosa ne pensi e cosa si può fare al riguardo?

Personalmente sono stufa di questi continui e pseudoinnocenti attacchi alla nostra dignità di donne, e nello specifico di professioniste dell’informazione. Alcune colleghe hanno ripreso le mie stories di protesta al riguardo, postando sui loro social l’accaduto. È un modo per agire: farci caso, segnalare, parlare, smettere di far passare come innocue iniziative offensive, sessiste e volgari. Smettiamo di far finta di niente, smettiamo di farla passare liscia perché “tanto è una vita che le cose vanno così”. Time is up, dicono i movimenti femministi oltreoceano: portiamoli qui e facciamoli diventare un’onda inarrestabile. Tutti e tutte insieme.

Secondo la tua esperienza, è un problema culturale solo italiano?

No, ma mal comune in questi casi non è mai mezzo gaudio. Da decenni si parla di mercificazione del corpo femminile, si protesta contro le donne (considerate come) oggetto, non solo in Italia. Potremmo parlare delle cause, dei fattori mediatici, sociologici e politici che convergono nello scaturire della problematica, della mancanza di modelli di riferimento di un certo tipo e della sovrabbondanza di modelli di un altro tipo, di differenze preziose che tendono a confondersi e smarrirsi in un’omologazione estetica a tratti inquietante. Ma vorrei ci focalizzassimo su un punto preciso: l’importanza del ruolo di chi fa informazione, nel caso specifico delle donne che fanno informazione in televisione. Professioniste da rispettare, non meri oggetti da vetrina, la cui bellezza dev’essere rilevabile dal lavoro e la cui unica competizione deve essere, semmai, nel talento.

Hai in mente delle contromisure per arginare il problema?

Come dicevo, non basta indignarsi. Bisogna agire, fare rete, combattere iniziative sessiste a tutto spiano. Ho scritto un post al riguardo su Facebook, intitolandolo “Chi è la più bella del reame?”, in cui ho raccontato per filo e per segno la vicenda. Vuole sapere come hanno commentato un paio di colleghi (spiace dirlo, uomini)? Hanno ironizzato sulle partecipanti, dicendo che se vengono fatti certi concorsi è perché ci sono donne che smaniano di parteciparvi. La penso diversamente: non continuiamo ad addossare la colpa esclusivamente alle donne, io – che personalmente non parteciperei mai e poi mai – non mi sento di giudicare le motivazioni che spingono una giornalista televisiva a promuovere la propria immagine in un certo modo (discutibile o meno, il perbenismo non ci interessa). Fatti suoi, la libertà di pensiero è sacrosanta. Non lo è altrettanto l’intento pruriginoso e insopportabile di chi organizza un contest tanto per “divertirsi” con qualche foto provocante, magari perché in rete la categoria delle giornaliste televisive “tira” più di altre. Il problema è sempre a monte: certi concorsi non dovrebbero neanche esistere, nel 2020 è davvero roba da Medioevo.

di Carlotta Mancini.

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