Questa mattina il Tribunale di Parigi aveva riconosciuto Marine Le Pen e molti dei suoi collaboratori colpevoli di appropriazione indebita di fondi pubblici del Parlamento europeo. Poco dopo, i giudici hanno annunciato le pene, condannando la leader del Rassemblement National a quattro anni di carcere, di cui due con pena sospesa e due che potranno essere scontati con braccialetto elettronico. Confermati, inoltre, i cinque anni di ineleggibilità alle cariche pubbliche.

Si arresta dunque così la corsa della leader di estrema destra all’Eliseo. Nonostante si tratti di una sentenza di primo grado, i giudici ne hanno stabilito l’esecuzione provvisoria, ovvero con effetto immediato. Le Pen ha già dichiarato che farà ricorso ma, finché non vincerà un eventuale appello, non potrà comunque presentarsi a elezioni locali o nazionali, come le presidenziali del 2027, per un lustro.

Marine Le Pen fuori dalla corsa all’Eliseo, ma gli estremisti la sostengono

L’ex deputata e altri esponenti del suo partito avrebbero messo su, tra il 2004 e il 2016, un vero e proprio sistema organizzato, assumendo decine di assistenti parlamentari europei fittizi che, in realtà, avrebbero continuato a lavorare in Francia, per il RN. Il partito avrebbe inoltre pagato funzionari con i fondi dell’Aula di Bruxelles per un totale di 2,9 milioni di euro. Le Pen dovrà inoltre pagare 100 mila euro di multa, mentre al Rassemblement National è stata comminata una maxi-multa di due milioni di euro.

A sostegno della donna, già candidata e sconfitta alle presidenziali nel 2012, nel 2017 e 2022, si sono schierati diversi politici europei. Il premier ungherese Viktor Orbán, fondatore del gruppo dei Patrioti per l’Europa al Parlamento europeo, di cui fa parte il Rassemblement National, ha scritto su X: «Je suis Marine!». Matteo Salvini, invece, ha definito la condanna di Le Pen «una dichiarazione di guerra da parte di Bruxelles in un momento in cui le pulsioni belliche di Von der Leyen e Macron sono spaventose». Anche il Cremlino si è esposto, bollando il verdetto come «una violazione delle norme democratiche».

Federica Checchia

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