In un panorama dominato dal genere crime, La legge di Lidia Poët riesce a lasciare qualcosa di più del semplice intrattenimento. Dietro i casi da risolvere, i costumi eleganti e il ritmo da detective story, la serie racconta un tema ancora attualissimo: quanto sia difficile per una donna conquistarsi il diritto di essere presa sul serio.
La serie con protagonista Matilda De Angelis -vincitrice del David di Donatello come migliore attrice non protagonista– è da poco giunta al termine e trova la sua forza maggiore nel modo in cui riesce a collegare il passato al presente.
L’attualità nella storia della vera Lidia Poët

La vera Lidia Poët fu la prima donna ad entrare nell’Ordine degli avvocati in Italia nell’Ottocento. L’iscrizione le venne successivamente revocata con la motivazione che “la donna non può esercitare l’avvocatura”. Non perché incapace, inesperta o impreparata: semplicemente perché la società riteneva inconcepibile vedere una donna esercitare come ufficio pubblico in tribunale.
Nella sentenza erano contenute argomentazioni tutt’altro che giuridiche e frutto di stereotipi di genere. Si sosteneva che un giudice avrebbe potuto essere indotto a sostenere e favorire un’avvocata “leggiadra”, che non sarebbe stato opportuno per donne oneste dover affrontare tematiche imbarazzanti in tribunale. Veniva inoltre sentenziato che “nella razza umana esistono diversità e disuguaglianze naturali e non si può chiedere al legislatore di rimuovere anche le differenze naturali insite nel genere umano“.
Ed è qui che la serie colpisce davvero. Quanto di ciò che viene raccontato è davvero passato? Anche se oggi il contesto è cambiato, molte dinamiche risultano ancora riconoscibili: donne costrette a dimostrare continuamente valori e capacità, ambienti professionali ancora dominati dal potere maschile, pregiudizi. La serie usa il passato per parlare indirettamente del presente.
Una protagonista imperfetta
Uno degli aspetti più interessanti della serie è il modo in cui viene rappresentata la protagonista. Lidia non è un’eroina impeccabile: impulsiva, ironica, testarda, provocatoria, a volte arrogante, spesso fuori dagli schemi. Ma proprio per questo appare umana. Una donna che commette errori, che sa chiedere aiuto e inciampare nelle proprie fragilità. Mentre molte protagoniste femminili vengono ancora scritte secondo modelli rigidi -eccessivamente forti o fragili- La legge di Lidia Poët ci restituisce una donna complessa, piena di sfaccettature e libera anche nei propri difetti.
Lidia non combatte per diventare un simbolo. Combatte perché vuole lavorare, scegliere, vivere liberamente. Ed è forse questo il messaggio più moderno della serie. Dietro ogni caso investigativo, la vera battaglia di Lidia è sempre la stessa: conquistare il proprio posto in un mondo che vorrebbe tenerla fuori. Non solo dal tribunale, ma anche dalle decisioni quotidiane apparentemente più insignificanti, dall’autonomia economica, dalla libertà di parola.
L’eredità di Lidia Poët
Il fatto che una serie italiana in costume, con temi giuridici e femministi, abbia trovato il favore del pubblico anche all’estero dimostra che gli spettatori cercano storie diverse dal solito. Non solo azione, ma personaggi con identità forti e battaglie credibili; non solo romanticismo, ma legami affettivi autentici. Non solo registri cupi o eccessivamente comici, ma un mix di tutte le sfaccettature intermedie.
La storia di Lidia Poët ci ricorda che molti diritti oggi considerati normali sono stati conquistati da persone che hanno sfidato regole apparentemente intoccabili. E forse il motivo per cui il personaggio funziona così bene ancora oggi è proprio questo: Lidia non chiede il permesso di esistere nel mondo che vuole. Ci entra comunque.
Valeria Devardo





