«Volevo creare l’album che avrei voluto scrivere e pubblicare dopo aver lasciato i Take That nel 1995. Era l’apice del Brit pop e un’epoca d’oro per la musica britannica. Ho lavorato con alcuni dei miei idoli su questo album: è crudo, ci sono più chitarre ed è un disco ancora più energico e potente del solito. C’è un po’ di Brit e sicuramente anche un po’ di pop». L’aveva detto, e l’ha fatto. Con un coup de théâtre di quelli che riescono solo a lui, il 16 gennaio Robbie Williams ha pubblicato a sorpresa il suo nuovo album Britpop, con tre settimane di anticipo sulla tabella di marcia prestabilita.
Un parto difficile, quello del disco: inizialmente previsto per la fine del 2025, era stato posticipato dallo stesso cantante per evitare scontro diretto contro The Life of a Showgirl di Taylor Swift, uscito il 3 ottobre. «Fingiamo tutti che il cambio di programmazione non riguardi Taylor Swift, ma è così, c*zzo, non si può competere con questo», aveva ammesso candidamente. L’ex Take That era stato lungimirante: da mesi, TS12 continua a macinare record su record. Il buon Robbie, tuttavia, non stava più nella pelle e alla fine, in barba alle strategie di marketing, si è buttato nella mischia senza preavviso.
“Britpop” di Robbie Williams non è un’operazione nostalgia, ma la celebrazione di un’epoca
Britpop, come il titolo suggerisce, rimanda esplicitamente al genere musicale che ha caratterizzato gli anni Novanta. L’album, però, non è una di quelle “operazioni nostalgia” forzate e fini a se stesse; piuttosto, è la celebrazione di un’epoca, e di una generazione. La Terra ha fatto diversi giri intorno al Sole dall’epoca d’oro del pop made in UK, eppure le undici tracce non appaiono minimanente fuori dal tempo.
Per il disco, d’altronde, il cantautore ha chiamato a raccolta numerosi pezzi da (anni) Novanta e non. Chris Martin partecipa a chitarre, tastiere e synth in Human, insieme al duo messicano Jesse & Joy. Gaz Coombes dei Supergrass figura tra gli autori di Cocky, mentre Gary Barlow ha preso parte alla stesura di Morrisey, dedicata al frontman degli Smiths. In Rocket, infine, irrompe l’inconfondibile chitarra di Tony Iommi.
Il risultato è un mix esplosivo di energia e malinconia, dove brani veloci come Rocket e e Bite Your Tongue si alternano a power ballads come Spies, Human e Pocket Rocket. In alcune tracce ci sembra di percepire l’eco di successi passati di Robbie, da Feel a Come Undone; All my Life potrebbe essere un pezzo degli Oasis, mentre l’intro di Pretty Face strizza palesemente l’occhio a Song 2 dei Blur. Un pot-pourri di omaggi, originalità, ricordi e sound attualissimi, calibrati con precisione certosina da un artista che sa essere entertainer, popstar e crooner al tempo stesso, senza mai perdere un colpo.
Sogni in tasca e bucket hat, la “generazione Britpop”
Robbie ha lasciato i Take That nel 1995. Era l’anno della cosiddetta Battle of Britpop, durante la quale i fratelli Gallagher e Damon Albarn e soci se le stavano dando di santa ragione (per fortuna solo musicalmente); i Pulp avevano pubblicato l’album Different Class e le Spice Girls erano ancora in studio di registrazione, a incidere quello che sarebbe stato il loro singolo di debutto, Wannabe. Tute acetate dell’Adidas, bucket hat, polo e Levi’s erano i marchi di fabbrica di una certa fetta di gioventù: quella che puntava a Londra, terra promessa per musicisti in erba e ragazzi che speravano di abbandonare le loro piccole realtà per tuffarsi nella vibrante energia della metropoli.
Non esistevano social, i telefoni non avevano ancora tutto questo ascendente su di noi e le notizie non erano immediate. Era una generazione un po’ incasinata e con tanti sogni in tasca, che non aveva idea di quanti bocconi amari avrebbe dovuto mandar giù di lì a poco, e di quanto la sua vita sarebbe stata caratterizzata dalla precarietà. Una cosa, però, la sapeva: quel genere musicale nato nel Regno Unito suonava e risuonava perfettamente con le sue emozioni e le sue speranze. La cosa incredibile? Nonostante tutta l’acqua passata sotto i ponti, è ancora così, e dobbiamo ringraziare Robbie Williams per avercelo ricordato.
Federica Checchia





