Il Regno Unito, la Francia e altri paesi sono pronti a riconoscere lo Stato della Palestina nei prossimi giorni. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha reagito con furia alle intenzioni annunciate, affermando che le decisioni premiano “il mostruoso terrorismo di Hamas”. Anche gli Stati Uniti hanno espresso forte opposizione alla mossa.

Il 29 novembre 1947 le Nazioni Unite, con la risoluzione 181, decisero la spartizione di quella piccola terra contesa – Palestina o Eretz Israel – in due Stati, l’uno ebraico, l’altro arabo. Il primo esiste dal maggio 1948, pur senza confini sicuri e riconosciuti e nell’opposizione di parte ancora rilevante del mondo arabo-islamico; il secondo non c’è ancora come Stato sovrano.

Se non si giunge ad un accordo sui confini, gli insediamenti e lo status di Gerusalemme, la stessa nozione di “due Stati per due popoli” – affermatasi come paradigma dominante dagli anni ’80 e sancita diplomaticamente con il trattato di Oslo del ’93 – rischia di evaporare nel mondo onirico del mito. L’espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati nel ’67, la confisca di terre possedute da soggetti privati palestinesi, la demolizione di case e strutture e il conseguente abbandono coatto da parte dei residenti rendono da tempo la nascita di uno Stato palestinese che abbia contiguità, solidità economica, sovranità effettiva via via più difficile.

Cosa significa riconoscere lo Stato della Palestina?

La Palestina è uno Stato che esiste e non esiste. Ha un alto grado di riconoscimento internazionale, missioni diplomatiche all’estero e squadre che competono in competizioni sportive, tra cui le Olimpiadi. Ma a causa della lunga disputa tra i palestinesi e Israele, la Cisgiordania non ha confini concordati a livello internazionale, né una capitale, né un esercito.

A causa dell’occupazione militare israeliana in Cisgiordania, l’Autorità Nazionale Palestinese, istituita in seguito agli accordi di pace degli anni ’90, non ha il pieno controllo del suo territorio o del suo popolo. Gaza, dove Israele è anche la potenza occupante, è nel mezzo di una guerra devastante. Dato il suo status di quasi-stato, il riconoscimento è inevitabilmente in qualche modo simbolico. Rappresenterà una forte dichiarazione morale e politica, ma cambierà poco sul campo.

Ma il messaggio è forte.

Tuttavia, con l’atto di riconoscimento, il conflitto diventerebbe un conflitto più “normale”, di natura politico-territoriale fra due Stati; non più fra l’occupante e un movimento sul quale gravano ancora il retaggio “guerrigliero” dell’OLP e le istanze dei profughi palestinesi dispersi nei paesi del Medio Oriente.

Infine, il riconoscimento di uno Stato palestinese sarebbe il compimento del piano di spartizione sancito dalla risoluzione delle Nazioni Unite del 1947. Per Israele ciò sarebbe la conferma del riconoscimento da parte della comunità delle nazioni dell’esistenza legittima dello Stato ebraico nelle frontiere scaturite dalla guerra d’indipendenza del 1948-49 (con modifiche concordate tra le parti in ragione degli esiti della guerra del 1967); fra quelle nazioni vi sarebbero anche i paesi arabi ed islamici che, malgrado le recenti aperture con gli accordi di normalizzazione, oppongono tuttora nel loro assolutismo ideologico un rifiuto ad Israele.

Chi riconosce la Palestina come Stato?

Attualmente la Palestina è riconosciuta da circa il 75% dei 193 stati membri dell’ONU. Presso le Nazioni Unite ha lo status di “Stato osservatore permanente”, che consente la partecipazione ma non il diritto di voto.

Con il Regno Unito e la Francia tra i paesi che hanno promesso il riconoscimento durante la riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (il gruppo comprende anche Canada, Australia, Belgio e Malta), la Palestina potrà presto godere del sostegno di quattro dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Sia la Cina che la Russia hanno riconosciuto la Palestina nel 1988. Ciò lascerà gli Stati Uniti, di gran lunga il più forte alleato di Israele, in minoranza.

Washington ha riconosciuto l’Autorità Nazionale Palestinese, attualmente guidata da Mahmoud Abbas, fin dalla sua fondazione a metà degli anni ’90.

Da allora, diversi presidenti hanno espresso il loro sostegno all’eventuale creazione di uno Stato palestinese. Ma Donald Trump non è tra questi. Sotto le sue due amministrazioni, la politica statunitense si è fortemente orientata a favore di Israele.