L’apertura di Crime 101, nuovo film di Bart Layton, ci racconta tutto: la 101 Freeway, la strada che collega tutta Los Angeles da nord a sud, fatta di luci al neon, traffico infinito e enormi corsie viene ribaltata, fisicamente e metaforicamente, per mostrarci il sottobosco, il sottosopra di LA. Crime 101 – La strada del crimine, adattamento cinematografico del racconto di uno dei più grandi maestri del crime letterario statunitense che risponde al nome di Don Wislow, è un film granitico. Un film tutto d’un pezzo che prende gli elementi del thriller e dell’Heist Movie e, proprio come la 101 in apertura, li ribalta. Bart Layton, già regista del meraviglioso docudrama del 2018 American Animals, non è nuovo al genere. E, se in American Animals e The Imposter il racconto era mescolato al documentario, per la prima volta il regista britannico si cimenta con la pura finzione con un Heist Movie razionale dai confini sfumati e indefiniti, in cui legge e fuorilegge si confondo e si braccano, si allontanano ma si corteggiano.

E lo fa attraverso un materiale decisamente difficile da mettere su schermo. Il racconto di Wislow è asciutto, freddo, è uno spaccato di una Los Angeles che non vediamo più al cinema, una città quasi anni Settanta che in parte ricorda quella di Polanski e di Chinatown e in parte deve tantissimo all’immaginario creato da Micheal Mann e da Heat. Perché dal film con De Niro e Al Pacino Layton prende tanto: dal freddo che si respira per le strade, fino al dualismo dei due protagonisti, Heat è parte integrante della costruzione di senso di Crime 101. Nel film l’aria Noir non è composta dai fumi delle sigarette o dall’odore dell’alcool ma dall’asetticità della polvere e dal grigio del cemento. Non è una narrazione che esplode e che diventa action ma più uno studio, una ricerca su quattro archetipi ben definiti di evidente derivazione da cinema anni Novanta. Crime 101 è un thriller marmoreo, mai sopra le righe e retto da un grande cast.

Crime 101: archetipi

Chris Hemsworth in una scena di Crime 101

Chris Hemsworth e Mark Ruffalo sono rispettivamente Mike, un ladro professionista che ripudia la violenza e dal passato burrascoso nascosto sotto il tappeto e Lou, un detective idealista che bracca Mike convinto che esista uno schema in alcuni colpi tutti lungo la 101. Mike sembra voler uscire dal giro e costruirsi una vita dopo aver conosciuto Maya (Monica Barbaro). Ma LA è una città che ti trascina a fondo con sé e, per essere finalmente libero, dovrà fare un ultimo colpo con la collaborazione dell’agente assicurativa Sharon (Halle Berry). Allo stesso tempo, Mike viene braccato da Ormon (Barry Keoghan), un giovane criminale non proprio sano di mente incaricato di farlo fuori da Money (Nick Nolte), il ricettatore di Mike. Crime 101 costruisce le linee narrative di questi quattro personaggi un tassello alla volta. Inizialmente staccate tra loro, per poi ricongiungersi in un unico piano narrativo tra secondo e terzo atto.

Come detto, i personaggi appartengono ad archetipi ben definiti del genere: il poliziotto idealista, il ladro gentiluomo, l’assicuratrice tradita e il criminale folle. E, affidandoli a volti noti al pubblico, a star di prima classe, il film riesce a creare un’empatia immediata con i suoi protagonisti, a volte anche troppo spigolosi e impostati. Crime 101 non esce mai dalla sua carreggiata, non esplode mai. Costruisce un filo dell’alta tensione che corre lungo tutta la durata del film. Che è anche l’unica nota negativa, visto le eccessive due ore e venti di screentime. Non è un thriller convenzionale o un action vecchia scuola: Crime 101 è un saggio, uno studio su dei modelli di carattere costruiti con ago e filo sartoriale. Inseriti nel contesto di una città distrutta dalle differenze sociali estreme e dalla miseria ad ogni angolo della strada. Perché il tema di fondo del film è tutto qui: fin dove ci si può spingere per sfuggire alla povertà? Cosa spinge Mike a vivere una vita da fantasma senza casa?

LA

La povertà è ben altra cosa” risponde Lou al suo collega Tillman (Corey Hawkins) che lo accusa di andare in giro con una macchina vecchia e sgangherata. Ed è vero, perché la povertà è quella vissuta da Mike, quella a cui tenta di sfuggire con ogni mezzo. E allora Crime 101 pone Lou e Mike come due facce della stessa medaglia, come i due volti tanto agli antipodi quanto vicini tra loro. E non è un caso che sia proprio Lou a citare direttamente Il caso Thomas Crown, film con Steve McQuenn dove questa dinamica è il fulcro narrativo. Tutti in Crime 101 fuggono da dei demoni, che sia la povertà, la carriera o le responsabilità. In due ore e venti scandite dalla colonna sonora elettronica di Blanck Mass, il film costruisce e studia un asettica Los Angeles quasi d’altri tempi, d’ispirazione in terra Mann in cui il crimine assume delle forme alternative. Non solo si indaga sulle cause, ma si sviluppa un discorso sulla moralità delle scelte e su quanto esse possano essere giustificate o meno. Ed è lì che Crime 101 si inserisce, portando il pubblico a parteggiare per entrambe le squadre: quella di Lou e quella di Mike. Che poi, forse, come ci racconta uno splendido finale sono, in fondo, la stessa.

Alessandro Libianchi