La mappa dei fornitori di petrolio in Italia è cambiata di molto in pochi anni. Nel 2021 la Russia era il primo fornitore con il 40 per cento del gas importato. Dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo italiano ha diversificato rapidamente le fonti e nel 2024 l’Algeria è diventata il primo fornitore con il 37 per cento del totale, seguita dall’Azerbaijan con il 17 per cento, dal Qatar con l’11 per cento attraverso il GNL, dai paesi del Nord Europa con il 10 per cento e dagli Stati Uniti con l’8 per cento. La Russia era risalita al 9 per cento nel 2024, ma dal primo gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, i flussi dal gasdotto di Tarvisio si sono quasi azzerati.
La diversificazione è stata necessaria ma non ha eliminato il problema. L’Algeria attraversa periodiche instabilità politiche, l’Azerbaijan è un regime autoritario con poca capacità di espansione, e il gas dal Qatar che arriva via nave attraverso lo Stretto di Hormuz è esattamente quello messo a rischio dalla crisi attuale.
Oggi l’Italia importa il suo petrolio per oltre il 40% dall’Africa, con la Libia che copre quasi il 29% delle importazioni mensili. Seguono gli ex Paesi sovietici, che pesa per circa il 23%, il Medio Oriente (meno del 20%) e l’America (14,5%). Nel solo mese di gennaio 2026, l’Italia ha importato circa 4,6 milioni di tonnellate di petrolio greggio da 15 Paesi diversi – il 90% del nostro petrolio arriva dall’estero. Il quadro non è quello di una dipendenza da un singolo fornitore, ma di un approvvigionamento distribuito su quattro grandi aree geografiche.
Il secondo blocco è quello degli ex Paesi sovietici, che pesa per circa il 23%. In questa categoria compaiono oggi esclusivamente l’Azerbaigian e il Kazakhstan. La Russia è a zero dopo l’embargo sul petrolio europeo del 2023 per l’invasione dell’Ucraina.
Il Medio Oriente, con Iraq e Arabia Saudita, contribuisce per poco meno del 20%, mentre l’area americana — guidata dagli Stati Uniti con l’8% — si attesta attorno al 14,5%.





