Nell’ultimo ventennio abbiamo assistito ad un crescendo sempre più esponenziale dei talent show, fulcro principale di tutti gli aspiranti cantanti e ballerini del ventunesimo secolo, che guardano a questi programmi come il Santo Graal che li aiuterà nella riuscita della loro carriera artistica. Ma questi programmi sono davvero utili nell’aiutare i giovani talenti a crescere professionalmente o, almeno adesso, sono soltanto lo specchietto per le allodole creato ad arte esclusivamente per audience e marketing?
Da X Factor ad Amici, il boom dei talent show
Il ventunesimo secolo è caratterizzato dalla nascita di talent show, come X Factor e Amici, che hanno preso piede in modo dirompente, monopolizzando la scena artistica e, soprattutto, televisiva, erigendosi a miniera doro di talenti con lo scopo di garantire il successo ai partecipanti, specialmente ai vincitori. Numerosi sono i giovani ragazzi che vi hanno partecipato, sperando nel sogno della vittoria come trampolino di lancio che gli avrebbe garantito fama e trionfo nel mondo dello spettacolo, diventando, così, dei grandi nel loro settore.
Nel corso del tempo, però, è risultato sempre più evidente che il mondo dei talent non sia proprio tutto rose e fiori. Ciò che appariva come una fonte inesauribile di successo si è rivelato, infatti, una macchina sempre più pressante volta, principalmente, all’audience, alla mera visibilità del momento in cui regnano sovrani i gossip e le scaramucce, piuttosto che il vero talento dei partecipanti, e in cui tutto gira esclusivamente intorno al marketing più infimo e scadente.
Nonostante ci siano stati negli anni alcuni concorrenti che realmente ce l’hanno fatta grazie al loro carisma e caparbietà, come Emma, Marco Mengoni, Annalisa, Elodie, Michele Bravi, Alessandra Amoroso e Irama, e giudici davvero di valore che hanno messo loro stessi al cento per cento con dedizione, costanza e conoscenza per spingere i concorrenti nella loro riuscita, come Manuel Agnelli, Achille Lauro, Mara Maionchi, Mika, Elio, Loredana Bertè e Anna Oxa, non è comunque passato inosservato come spesso i partecipanti, usciti dal programma, non riescano a sbancare come meritano ma, invece, scompaiono nell’oblio o vengono risucchiati dalla morsa di una pressione mediatica eccessiva che li spreme chiedendo sempre di più ad esseri umani che, inevitabilmente, si spezzano.
Dal boom al declino dei talent show, cosa c’è veramente dietro questi programmi
Nell’ultimo periodo, anche attraverso un’approfondita analisi di settore sia televisiva che musicale, sembra evidente un declino dei talent show. Ciò è dovuto, presumibilmente, a numerosi fattori come un netto calo di interesse, e di conseguenza ascolti, causato dall’evidente macchinazione obsoleta che vi è dietro o dal fatto che l’industria musicale utilizzi questi programmi per un profitto immediato e che, quindi, non punti più alla qualità ma, piuttosto, alla quantità e alla fugacità della situazione.
Un altro motivo va individuato nel fatto che tali programmi non mirino più a costruire qualcosa di davvero artistico e duraturo nel tempo ma preferiscano creare qualcosa di scadente ma efficace nell’immediato. Tutto questo, però, va a discapito sia dei concorrenti, sia del panorama musicale e, quindi, del pubblico, contribuendo a costruire una società fondata sulla mediocrità e sull’uso immediato delle cose e non, quindi, sul valore e merito.
Detto ciò, il talent show, o quantomeno la sua forma attuale, è ancora necessario allo stato effettivo delle cose? Oppure, forse, sarebbe meglio virare su qualcosa di diverso che guardi di più al vero talento, meritocrazia e genuinità? Quel che viene da pensare, infatti, è che questa macchina dannosa e obsoleta vada quantomeno ristrutturata dalle fondamenta in modo tale da ridare valore e spessore sia al mondo musicale, sia ai ragazzi che vi partecipano. Il fine ultimo dovrebbe essere indirizzarli verso qualcosa di più vero, artistico e concreto, lontano dal puro e mero marketing e più vicino alla vera musica senza rischiare, di conseguenza, di scomparire o farsi del male per l’eccessiva pressione, che già di per sé è alta da sempre.
Articolo di Ambra Gabriella Samonà





