Come ci è finito in Italia il celebre detective statunitense Nero Wolfe? La Rai ci risponde così: siamo nella Roma degli anni ’60… 1959, ad essere precisi; qui il famoso investigatore, dopo alcuni dissidi col capo dell’ FBI, ha deciso di trasferirsi, abbandonando New York.
Naturalmente, a seguirlo in questa nuova avventura c’è il fido assistente Archie Goodwin, insieme al quale affitta una grande casa sulla Nomentana. Tuttavia -come si suol dire- il lupo perde il pelo ma non il vizio: e dunque nella testa di Wolfe ci sono due pensieri fissi: trovare un cuoco che sappia cucinare le sue ricette preferite, e costruire una nuova serra dove accudire le sue bambine … le orchidee.

Questi hobbies, tuttavia, richiedono tempo e, soprattutto, denaro: per questo Archie incomincia a procurare a Wolfe dei nuovi clienti, ed i due iniziano a collaborare con la Polizia italiana per la risoluzione di vari delitti; tra questi agenti nostrani c’è anche il Maresciallo Bordon, interpretato dall’attore Davide Paganini, che oggi Metropolitan Magazine ha intervistato per voi.
Intervista a Davide Paganini
MM : Davide, conoscevi già il personaggio di Nero Wolfe prima di interpretare la serie?
D.P. : Sì, conoscevo i romanzi di Rex Stout, pur non avendoli letti, e mi era capitato di imbattermi nella rete con degli spezzoni della serie del ’60 con Tino Buazzelli ed un giovane Paolo Ferrari.
MM : Che personaggio hai interpretato nella serie? C’era già nei vecchi film un personaggio affine?
D.P. : Il mio personaggio non c’era, perché la versione italiana era una trasposizione dei romanzi di Nero Wolfe su Roma; Wolfe e Goodwin arrivavano in Italia dopo la guerra. Noi -io e il mio socio- eravamo i due poliziotti in borghese che dovevano controllare cosa facessero questi due investigatori privati. I nostri personaggi, immaginari dunque, rappresentavano la polizia italiana, ed eravamo un po’ la parte comica della serie… “i due carabinieri”, praticamente.

MM : A chi o cosa ti sei ispirato per lavorare sul tuo personaggio?
D.P. : Come ti dicevo, io e il mio capo, il Commissario Graziani (Marcello Mazzarella) seguivamo una linea comica, e par farlo ci siamo ispirati ai grandi film comici degli anni ’60; lui era il capo che mi dava degli ordini, ed io ubbidivo anche se la cosa non aveva assolutamente senso! E spesso e volentieri Nero Wolfe ci invitava nel suo studio perché facendoci delle domande, in maniera intelligente, ci faceva snocciolare la nostra sapienza, che serviva poi a Wolfe per risolvere il caso; ma noi neanche ci accorgevamo di dargli informazioni! Anzi, lui avendo capito che eravamo un po’ più “leggeri”ci invitava appositamente per scoprire delle cose che noi rivelavamo; soprattutto io venivo parecchio bacchettati dal mio capo per questo. Essendo poi Mazzarella siciliano ed io invece del nord, abbiamo cercato di rifarci un poco a Franco e Ciccio, in chiave moderna però.

MM : Nella serie hai lavorato insieme a Francesco Pannofino, col quale avevi già avuto modo di lavorare nel film Faccio un salto all’Avana, giusto?
D.P. : Sì, con Francesco ho lavorato in quel film e poi ci siamo ritrovati sul set di Nero Wolfe. Ne ero veramente contento, perché a parte la sua grande simpatia, la sua bravura e la sua professionalità, è nata anche una bella amicizia; ad un certo punto ho sperato che non smettesse mai di lavorare, perché laddove c’era lui c’ero anche io… e quindi gli ho augurato tanto lavoro. Sperando che quel tanto lavoro arrivasse anche a me! (sorride) Comunque Nero Wolfe è stata per me decisamente una bellissima esperienza, che sarebbe dovuta sfociare poi in una seconda stagione che poi purtroppo non si è fatta… ma ha creato per me ottime amicizie anche con Mazzarella e con Sermonti, colleghi con cui -anche se non abbiamo lavorato più assieme purtroppo- continuo tutt’oggi a sentirmi e a scherzare insieme.
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