Arte e Intrattenimento

Dear White People, la serie cult che spiega il razzismo sistemico

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Dear White People spiega bene il razzismo, raccontato attraverso gli occhi di chi lo vede davvero. Attraverso infatti una radio universitaria, la rivoluzionaria Sam White da voce a chi la voce, da sempre, non l’ha mai avuta. 

Tra le mura della confraternita Armstrong-Parker, da sempre popolata da studenti neri, si sviluppano diverse vicende personali e non, che spiegano bene, attraverso la voce dei personaggi, cosa vuol dire studiare in una prestigiosa scuola della Ivy League, la Winchester. La serie nasce nel 2017, dopo il film del 2014, ed è composta di 3 stagioni (la quarta in arrivo). I personaggi sono vari e rappresentano diverse classi sociali, o diversi caratteri. Ci sono i più abbienti, i meno abbienti, chi deve ancora trovare sè stesso e chi vuole alzare la voce.

Il razzismo sistemico, cos’è e cosa comporta

Il razzismo sistemico è una teoria, sviluppata dal sociologo Joe Feagin, ma anche una realtà ben radicata. Teoricamente si basa sull’affermazione supportata dalla ricerca, che gli Stati Uniti, in questo caso, sono stati fondati come società razzista, e il razzismo è quindi radicato in tutte le istituzioni, strutture e relazioni sociali all’interno della nostra società. Essendo radicato dunque in una società razzista, il razzismo sistemico oggi è composto da istituzioni, politiche, pratiche, idee e comportamenti che si intersecano, si sovrappongono e dipendono da un sistema ingiusto. Questo sistema infatti da una quantità ingiusta di risorse, diritti e potere ai bianchi mentre li negano a persone di colore.

La teoria di Feagin abbraccia ogni aspetto della vita sociale, economica, giuridica, individuale e di gruppo. Infatti, si tratta di una differenza talmente esplicita da rendere scontati comportamenti che sviluppano l’oppressione, nascondendosi talvolta dietro l’affermazione “è sempre stato così”. È fondamentale, in questo senso, comprendere dove sono le criticità di un sistema che non può certamente cambiare nel giro di pochi anni, ma che ha bisogno di capirne le criticità, per poter essere annientato con coscienza.

Dear White People: sviscerare il razzismo sistemico

La serie comincia con una frase, che accompagna tutti gli episodi: “miei carissimi bianchi” (dear white people). E l’intento è proprio quello di spiegare come il razzismo sistemico si sia insediato nella società da talmente tanto tempo, da non permettere di distinguere l’oppressione e la violenza che genera. Nonostante la serie esista dal 2017, Netflix l’ha promossa al massimo esattamente un anno fa, sull’onda delle proteste del movimento Black Lives Matter. Segue le vicende della giovane studentessa Sam White, che, attraverso la radio universitaria, promuove la consapevolezza dell’oppressione. Sam non si riferisce solo all’ambiente scolastico, ma cerca di sviscerare il fenomeno del razzismo sistemico, concentrando l’attenzione su aspetti della vita quotidiana, che molte volte sono talmente scontati e radicati, che non ci facciamo neanche più di tanto caso.

Ovviamente le vicende non riguardano solo l’attivismo. Tutti i personaggi coinvolti, a partire dalla stessa Sam, che nasconde il suo amore per il ragazzo bianco Gabe, un assistente del professore; Tony, che vive il peso di essere il figlio del preside, ed è diviso tra apparenza sociale e attivismo; Reggie, aggredito dalla polizia a una festa, solo perché nero. Poi troviamo Coco, l’antagonista di Sam, con cui però scoprirà di avere molte più cose in comune di quello che pensava; o Lionel, che scopre la sua omosessualità grazie a Tony, e da ragazzo timido si espone come giornalista per denunciare i soprusi della famiglia Hancock sulle politiche dell’università.

Il razzismo e l’oppressione visti da chi li vive ogni giorno

Ciò che colpisce della serie, è l’estrema empatia che si sviluppa con i personaggi. Con una modalità quasi da documentario, e un utilizzo magistrale di montaggio e fotografia, inserisce perfettamente l’attivismo nei drama che coinvolgono i ragazzi. Certo, si tratta di finzione, ma il bello di questa serie è proprio questo: è una trama reale, dove di inventato ci sono solo i nomi dei personaggi. Mostra un punto di vista alternativo, rispetto al quale non siamo abituati: la realtà vista con gli occhi dei ragazzi afroamericani, senza particolari eroismi, né senza sminuire le vicende. Temi, come quello delle armi, o delle aggressioni ingiustificate ai ragazzi neri da parte delle forze dell’ordine, di estrema attualità.

E se qualche uscita può infastidire, facendoci pensare il solito “adesso non si può più dire niente”, significa che la serie è pienamente riuscita nel suo intento. L’unico modo per capire un popolo oppresso è mettersi nei suoi panni. E se non tutti sono disposti ad ascoltare la loro voce, non resta che urlare più forte. L’onda delle proteste non si fermerà, e non lo farà nel giro di pochi anni, dopo secoli di oppressione. Ma se questa è anche solo una piccola crepa che contribuirà a far crollare questo muro, dobbiamo continuare a lanciare quante più pietre (simboliche) possibili.

Marianna Soru

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