Ci sono voci e ci sono Voci. Riconoscibili sin dalla prima nota, inconfondibili e diverse da quelle di tutti gli altri; si tratta di un dono raro, che non tutti possiedono. Dolores O’Riordan ce l’aveva, eccome se ce l’aveva. La cantautrice irlandese, però, non si limitava solo a questo. Al di là delle sue oggettive qualità vocali, a fare la differenza era l’intensità delle sue esecuzioni, animate sì dal suo timbro caldo e particolare, ma rese uniche dall’emozione che traspariva da ogni parola, ogni cambio d’intonazione, ogni pausa. Dolores cantava lo strazio di una terra martoriata dai conflitti interni, l’Irlanda. Erano gli anni Novanta, culmine degli scontri tra l’esercito britannico e l’IRA. O’Riordan compose Zombie, probabilmente il brano più celebre dei Cranberries, rockband di cui lei era leader, in memoria di due ragazzi, Jonathan Ball e Tim Parry, rimasti uccisi in un attentato dell’organizzazione paramilitare a Warrington, Inghilterra, il 20 marzo 1993. Una scelta coraggiosa da parte sua, che scosse molte coscienze.
Dolores O’Riordan: la carriera solista

Il potere della musicista, tuttavia, non si esauriva nell’impegno sociale. Nei suoi testi Dolores raccontava se stessa senza remore, senza filtri, parlando dei suoi sentimenti e delle angosce personali, che poi erano le medesime di un’intera generazione. L’incertezza del primo bacio in Linger, la speranza nel futuro in Dreams, la nostalgia dell’infanzia in Ode To My Family, la maternità in Animal Instinct. Tappe nella vita di una donna e di tutte le donne, emozioni comuni a giovani adulti buttati senza preavviso in un mondo più grande di loro.
I 90s furono gli anni dei grandi successi con la band. Il bisogno della cantante di sperimentare nuovi percorsi musicali per conto suo, però, portò i Cranberries ad interrompere la loro attività, nel 2003. La frontwoman originaria di Ballybricken, dunque, si ritrovò libera di muoversi a suo piacimento. Mosse i primi passi da solista nel 2004 attraverso il cinema, partecipando alla colonna sonora de La Passione di Cristo di Mel Gibson; per promuovere l’iniziativa, venne invitata al Festival di Sanremo. Avrebbe dovuto bissare con OST di Spider-Man 2 di Sam Raimi, ma le scene che prevedevano il suo pezzo non arrivarono al montaggio finale. Nel 2004 duettò con Zucchero Fornaciari in Pure Love, inserita nell’album Zu & Co. La ballad fu eseguita anche dal vivo alla Royal Albert Hall durante lo Zu & Co. Tour.
Nel 2007 pubblicò il suo primo disco in solitaria, Are You Listening?, prodotto dalla Sanctuary Records. Ad anticiparlo, il singolo Ordinary Day, dedicato alla figlia Dakota. Il videoclip del brano, girato a Praga, vedeva protagoniste la stessa Dolores e una bambina vestita da Cappuccetto Rosso, in fuga per le strade della città. Black Widow, scritta nel 2003 dopo la morte della suocera, segnò un punto di svolta che fece virare l’opera verso ritmi più aggressivi (In the Garden e Loser). Ad essere escluse dalla tracklist definitiva, tracce più lente come Letting Go, anch’essa sulla scomparsa della suocera, e Without You, malinconico ricordo della sua famiglia.
Il duetto con Giuliano Sangiorgi
Dolores O’Riordan incantò nuovamente l’Italia nel 2007, grazie a Senza Fiato, singolo scritto e interpretato con Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. La canzone fu integrata nella colonna sonora di Cemento armato, esordio del regista e sceneggiatore Marco Martani. Un brano intenso, arricchito dalle ugole potenti e armoniose dei due interpreti; un sodalizio fortunato tra due artisti e generi diversi, ma uniti da un comune dono del destino, la Voce.
Un incontro che ha di certo lasciato il segno nel frontman della band salentina. Quando, nel 2018, Dolores morì, Giuliano si unì al coro di sofferente commiato per la cantautrice con una lettera scritta di suo pugno. Un addio sentito e accorato per un’artista impossibile da dimenticare. Di seguito, un estratto del testo a lei dedicato:
«Ti ho vissuta sempre come un sogno.
Lo sapevo che non avrei dovuto farlo.
Avrei dovuto viverti come un giorno qualunque.
Da sveglio, sveglissimo.
Come una persona qualsiasi, magari conosciuta in un viaggio insieme.
Avrei dovuto essere meno rispettoso delle distanze, come se non fossero mai esistite, invece ti ho trattato come una leggenda, perché questo sei per quelli come noi e per il mondo intero, per la generazione di “zombie” che hai lasciato orfana della voce più rivoluzionaria degli ultimi quarant’anni. »
Federica Checchia
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