Nel 2018 un team di archeologi, durante uno scavo nel sito archeologico di Wilamaya Patjxa nelle Ande peruviane, ha trovato dei resti di circa 9.000 anni fa, insieme a un gran numero di attrezzi per la caccia. Le analisi successive hanno rivelato che i resti appartenevano a un inviduo biologicamente femminile. Si trattava quindi di una donna preistorica cacciatrice di età compresa tra i 17 e i 19 anni. Gli strumenti da caccia trovati nella sua tomba erano: punte per lance, un coltello e varie altre lame utili per conciare le pelli e le carni degli animali.
Questa antica cacciatrice non è un’eccezione. Secondo lo studio “Cacciatrici delle antiche Americhe,” pubblicato da Randall Haas su Science Advances, tra il 30 e il 50% dei cacciatori di caccia grossa potevano essere di biologicamente femminili. Questo studio è di grandissima importanza, perché costituisce una delle poche prove archeologiche che mettono in discussione la teoria dell’uomo cacciatore.
La donna preistorica: anche cacciatrice
Questa scoperta ha messo in luce la teoria del binarismo di genere applicata ai nostri antenati, secondo cui gli uomini erano cacciatori e le donne raccoglitrici. Questa suddivisione è stata confermata dalle teorie proposte nel convegno “Man the Hunter” (l’uomo cacciatore) che si è svolto a Chicago nel 1966. I relatori del convegno sostenevano che la caccia avrebbe stimolato l’interazione tra gli uomini. Dall’interazione si sarebbero sviluppati il linguaggio e l’ingegno pratico per costruire gli arnesi da caccia. La conclusione è ovvia: il merito delle capacità acquisite dal genere umano sono esclusivamente degli uomini. Le conclusioni di questo convegno sono state messe in discussione fin da subito dagli studiosi. Tuttavia Pamela Geller, archeologa dell’ Università statale dell’Arizona, sostiene che
“Con poche eccezioni, i ricercatori che studiano i gruppi di cacciatori e raccoglitori – indipendentemente dal continente su cui lavorano – danno per scontata una universale e rigida divisione sessuale dei compiti e delle attività.”
Gli studi antropologici
Molti studi antropologici hanno messo in discussione il modello dell’ uomo cacciatore. A questo proposito, sono molto interessanti gli studi condotti da Bion Griffin e Agnes Estioko-Griffin negli anni Settanta. I due antropologi studiarono i Nanadukan Agta, una popolazione di cacciatori-raccoglitori di Luzon, nelle Filippine. Presso questo popolo, le donne usavano l’arpione per pescare e, nella metà delle battute di caccia a cui gli studiosi avevano assistito, uomini e donne cacciavano assieme. Tra i Nanadukan Agta gli uomini partecipavano alla cura della prole al pari delle donne. In altri casi, come quello dei Sani dell’Africa meridionale e degli Hadza della Tanzania, c’è una netta divisione tra uomini-cacciatori e donne-raccoglitrici.
Questa differenziazione tra le popolazioni attuali di cacciatori-raccoglitori dipende dagli ambienti in cui vivono. Secondo gli antropologi Michael Gurven e Kim Hill, le donne non cacciano quando la caccia prevede l’allontanamento dalla comunità per più giorni e animali pericolosi. Questi studi ci dimostrano che quando l’ambiente e la cultura della comunità lo permettono, le donne e gli uomini collaborano alla pari.
Le realtà del parto e dell’allattamento, sono delle costanti immutabili nella vita delle donne ma anche la cultura e l’ambiente hanno sono importanti. Questi ultimi due fattori sono frutto di condizionamenti da parte di retaggi culturali del passato e il loro cambiamento è possibile, anche se richiede tempo. Pamela Geller, archeologa dell’università di Miami sostiene che “C’è così tanta ginnastica mentale da fare per cercare di dissipare questi pregiudizi”, questo studio è un primo buon esercizio per potersi allenare alla parità di genere.





