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Donne e mestruazioni nei campi di concentramento

Fino a poco tempo fa – ci ricorda un recente articolo de Il Post – non si era mai discusso del binomio donne-mestruazioni nei campi di concentramento. In realtà, i racconti relativi all’Olocausto erano inizialmente di soli uomini; il punto di vista femminile emerse soltanto in un secondo momento. Ciò che è interessante notare è come, dalle memorie di queste donne, affiorasse la necessità di parlare anche di questo aspetto della prigionia, sebbene attorno all’argomento “mestruazioni” si fosse costruito nel tempo un vero e proprio stigma culturale. Stigma che, come ben sappiamo, non è ancora del tutto superato.

Durante l’Olocausto, in effetti, le mestruazioni erano trattate unicamente da un punto di vista medico. Si studiavano gli effetti che queste avevano sul sistema riproduttivo e si analizzava l’amenorrea, ovvero l’assenza del ciclo mestruale, come causa dello shock dovuto alla prigionia. Non si era mai parlato, dunque, dell’esperienza vera e propria delle mestruazioni, dei sentimenti delle donne durante questo periodo.

Il giornale ha così estrapolato da un articolo della storica britannica Jo-Ann Owusu, pubblicato nel 2019 sulla rivista History Today, una serie di testimonianze delle sopravvissute. Da queste e da altre memorie ritrovate, emergono finalmente i sentimenti e le angosce delle donne in relazione alle mestruazioni e le strategie che dovettero escogitare per affrontarle.

Shock e assenza di mestruazioni

Il vissuto nei campi di concentramento è stato disumanizzante per tutti, uomini e donne, spogliati interamente della propria identità e dignità. Nel caso specifico delle donne, si passò dall’indossare abiti che coprissero interamente i loro corpi al liberarsi completamente di ogni indumento. Occhi sempre addosso e commenti, molte volte, sprezzanti e umilianti. Le parole di Liliana Segre, deportata nel lager femminile di Auschwitz-Birkenau all’età di 13 anni, descrivono bene questa condizione:

Non c’è nulla, lì attorno, che non faccia paura. Sei terrorizzata, e intanto i soldati passano sghignazzando, oppure si mettono in un angolo discosto a osservare la scena di queste donne che vengono rasate, tatuate, già umiliate, torturate per il solo fatto di essere lì, nude.

foto identificative di donne detenute
Fotografie identificative di una detenuta del campo di Auschwitz. Photo Credits: encyclopedia.ushmm.org

Essere donna nei lager significava non solo essere derise e oggettivate ma anche fare i conti con la spoliazione della femminilità. Al di là della rasatura dei loro capelli, molte donne hanno dovuto subire qualcosa che minava ancora più nel profondo la loro femminilità: l’assenza di mestruazioni. Fu la reazione a tutto quello shock, alla scarsa alimentazione, alla qualità del cibo e all’estenuante lavoro. Come se non bastasse, ecco anche il timore di rimanere sterili a vita. Charlotte Delbo, partigiana francese, sopravvissuta di Auschwitz, ricorda le parole di un’altra donna di fronte a questo evento:

Timidamente, Irene chiese: “E se dopo non tornassero mai più?” Sentendo quelle parole, un’ondata di orrore ci travolse tutte. 

Da non dimenticare inoltre che molte donne fungevano da vere e proprio cavie, sottoposte ad interventi chirurgici senza o con insufficiente anestesia. Lo scopo era quello di sterilizzarle, per cui si procedeva con l’asportazione dell’utero o l’iniezione di un liquido irritante.

Mestruazioni e strategie di adattamento

Le donne che non erano state vittime dell’amenorrea si ritrovavano però di fronte ad un’ulteriore difficoltà, che era quella di non sapere come gestire i giorni di ciclo. Nei lager non c’era acqua a sufficienza per lavarsi né biancheria intima. Si era dunque costrette a trovare delle soluzioni alternative per gestire il sanguinamento. Alcune ricavavano delle pezze di stoffa dalla biancheria che veniva loro data, altre utilizzavano pezzi di carta e qualsiasi altra cosa presente nei bagni che potesse aiutarle a tamponare.

Le pezze ricavate venivano lavate e conservate accuratamente sotto il materasso, poiché potevano facilmente diventare la preda di altre donne bisognose. Nessuna avrebbe voluto sanguinare pubblicamente, eppure molte hanno dovuto affrontare anche questo disagio.

Mestruazioni come arma di difesa

Come dicevamo, le donne all’interno dei campi erano spesso vittime degli esperimenti dei medici nazisti, ma anche di stupri. Alcune di esse sono riuscite in queste situazioni a fare delle mestruazioni la loro arma di difesa. Elizabeth Feldman de Jong racconta come, per evitare l’operazione di sterilizzazione a cui volevano sottoporla, indossò i panni sporchi di sangue della sorella (che a differenza sua aveva ancora il ciclo) e il medico annullò tutto.

Anche un’altra donna, Lucille Eichengreen, detenuta tedesca, descrive, nel suo libro di memorie, il momento in cui una guardia la prelevò per stuprarla. Nell’attimo in cui la palpò, si rese conto che la ragazza aveva le mestruazioni e la allontanò disgustato.

Le mestruazioni, per queste donne, furono l’unica via di scampo a certe atrocità.

Mestruazioni e solidarietà tra donne

L’esperienza delle mestruazioni e la condivisione di certi momenti ha inesorabilmente creato relazioni di solidarietà tra le donne nei campi. Goti Bauer, deportata ad Auschwitz all’età di 20 anni e autrice di memorie sulla sua deportazione, ricorda la tragicità di certi momenti ma dà valore anche a quei piccoli sprazzi di positività, frutto proprio dell’unione e dell’alleanza tra donne:

Ci sono stati degli episodi molto sgradevoli, dei furti, delle cattiverie che in quelle condizioni erano inevitabili, ma ho dei ricordi molto positivi, soprattutto del primo periodo, quando ero ancora con le donne con cui ero stata deportata […] C’era tra noi un rapporto di grande solidarietà, nessuna avrebbe denunciato l’altra se faceva qualcosa che non andava bene.

donne vittime dell'Olocausto
Alcune donne vittime dell’Olocausto – Photo Credits: web

La disperazione di queste donne poteva portare infatti a gesti estremi che, nelle stesse parole di Goti Bauer, diventavano inevitabili, come appunto quello di rubare le pezze altrui. Allo stesso tempo, però, ricorda Jo-Ann Owusu nel suo articolo, queste stesse pezze venivano regalate e prestate.

Non solo le donne nei lager si prendevano cura le une delle altre, ma le più anziane diventavano delle vere e proprie madri per le più giovani. Tania Kauppila, ucraina, detenuta nel campo di Mühldorf, in Baviera, aveva 13 anni quando si trovò davanti alle sue prime mestruazioni. Era sconvolta, ma qualcuna le spiegò tutto tranquillizzandola.

Giuliana Tedeschi, altra superstite dell’Olocausto deceduta più di dieci anni fa, ci ha lasciato un commento che spiega bene cosa significò per le donne nei lager, il cui destino era lo stesso, il sostegno reciproco e la solidarietà:

Le donne sono maglie, se una si perde, si perdono tutte. Là dentro, almeno, era così; ci sentivamo unite dallo stesso filo di vita, che non doveva recidersi.

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Luisa Scavone

Traduttrice e redattrice. Ha condotto i suoi studi presso l'Università degli Studi di Perugia dove ha conseguito con lode la laurea magistrale in Lingue e Traduzione Interculturale, specializzandosi nelle lingue inglese e portoghese-brasiliana. Scrive per passione e ogni tanto le esce fuori anche qualche poesia.
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