Prima nel cinema con Killers of The Flower Moon, ora in tv e sulle piattaforme con Echo, questo sembra l’anno dei nativi americani e delle loro rappresentazioni. Se nel primo sono fulcro e centro per un gangster movie che lascia poco spazio alla speranza, in Echo la speranza e la bellezza mistica di un popolo viene raccontata. O meglio, ci si prova. Ma poco ci si riesce. Serie che inaugura il nuovo filone chiamato Marvel Spotlight, con serie e prodotti staccati dalla timeline MCU e che raccontano storie più urban e crude, Echo soffre dei soliti problemi delle serie tv Marvel. Inizia bene, continua male, finisce peggio. Ed Echo ci prova anche ad affrontare argomenti più profondi rispetto agli altri prodotti Disney. Ma anche a causa del poco screentime (sole cinque puntate) ci riesce poco. Nonostante questo, una leggera maturità in più la si può intercettare, complici anche la grandezza del Kingpin di Vincent D’Onofrio. La serie non è tutta da buttare, per carità, ma di certo non è il rilancio di un MCU che, ormai, sembra essere al capolinea.
Echo: i perché del soprannaturale

Lo diciamo da subito, Maya Lopez non è un personaggio che si fa amare. Se nella serie dedicata ad Hawkey funzionava, spezzando il ritmo di una serie tutto sommato leggera con un villain sempre serio e determinato, che qui si trasforma in antieroina, dedita allo sterminio della rete criminale di Wilson Fisk, che lei stessa pensa di aver ucciso. Ma lo zio acquisito in realtà è vivo e vuole sia vendetta, sia riallacciare i rapporti con la nipote. Non è mai chiaro quali siano le sue intenzioni, con i suoi sguardi costantemente criptici che sembrano volerti abbracciare ma, allo stesso tempo, farti fuori alla prima occasione. Tutto merito dell’interpretazione fantastica di Vincent D’Onofrio, che ormai ha il personaggio cucito addosso. Molto interessante è anche la scena post-credit, che anticipa quale sarà il futuro di Kingpin, probabilmente in Daredevil: Born Again. In tutto questo, Maya è tornata a casa, a Tamaha, in Oklahoma. Qui inizia ad avere strane visioni da, presumibilmente, antenate appartenenti al suo sangue nativo americano. La decisione da parte della Disney di far uscire tutta la serie insieme è sintomo di come anche loro poco credessero nel progetto. Che infatti nasce stanco e svogliato, quasi vuoto. Gli spunti iniziali con le ottime scene di combattimento lasciano lo spazio a retorica e dialoghi che nulla apportano allo sviluppo di personaggi più che dimenticabili. Certo, qualche spunto leggermente più intenso e profondo c’è, ma che viene sovrastato da due puntate finale disastrose. La necessità spasmodica di inserire del soprannaturale nei loro prodotti sembra essere un vero pallino per la Marvel, specialmente dove non serve e l’urban (o più semplicemente il “terreno”) stava funzionando. C’è un momento in particolare che ci ha fatto rigirare gli occhi al cielo e ci ha fatto chiedere “perché?”. Ma lasciamo a voi la scoperta.
Non basta
Echo è un prodotto che poco apporta a tutto il macrocosmo MCU. Ma è giusto così, fa parte di un filone che, teoricamente, dovrebbe essere stand-alone: Marvel Spotlight. Il problema è che non funziona come serie in sé per sé. Da Maya Lopez che non fa nulla per farsi amare o almeno apprezzare, dai personaggi secondari di cui rimangono solo “echi” lontanissimi. Ciò che si salva sono un paio di sequenze d’azione ben fatte, che tanto devono al Daredevil Netflix (ormai ufficialmente parte dell’MCU) e ovviamente Fisk, sempre possente ma che viene sempre relegato a camei o apparizioni sporadiche. Poco altro scampa alla stanchezza e mediocrità di una serie nata per, purtroppo, soccombere.
Alessandro Libianchi





