Cultura

Édouard Manet il pittore delle donne che ti guardano

L’artista dell’anticonformismo

Manet  nasce a Parigi il 23 Gennaio del 1932, è un pittore francese che apre le porte all’impressionismo, nel suo passaggio dalla corrente realista. Fu un artista che suscitò grandi polemiche per le tematiche che trattava nei suoi quadri, troppo immorali per l’epoca.  Il pubblico restò scandalizzato da quadri come Colazione sull’erba ed Olympia, dove venivano raffigurate persone ai margini della società, a cui veniva data la stessa importanza nelle opere che era stata precedentemente data a figure eroiche e grandi personaggi della storia. Dipinge scene della vita parigina dell’epoca e raffigura nelle sue opere delle prostitute che mostrano il loro corpo con fierezza. Un vero e proprio scandalo in quel periodo.

Il bar delle Folies-Bergère, il racconto della vita reale di Manet

Manet
Manet Il bar delle Folies-Bergère

E’ l’ultima grande opera del pittore, esposta al Salon, del 1882 e acquisita grazie alla donazione di Samuel Courtauld nel 1934. Il dipinto non è un’opera impressionista. Manet nel quadro ci descrive  l’interno di un bar-locale di appuntamenti  di Parigi di fine Ottocento,  dove si riunisce la borghesia. Viene rappresentata la barista, di nome Suzon, dai capelli biondi e sguardo malinconico. Indossa un abito con ampia scollatura. La barista ci appare stanca. Nell’opera traspare l’amarezza della barista, costretta a un lavoro che non la soddisfa. La donna è ferma e immobile, molto probabilmente in attesa del prossimo ordine.

Sul bancone possiamo scorgere della birra inglese e svariate bottiglie di Champagne. Intravediamo su di esso anche dei mandarini e due rose dentro a un calice. E’ rappresentata anche una natura morta che ritorna frequentemente nei quadri di Manet. Uno specchio, dietro la donna che copre tutta la parete, ci regala un gioco di riflessi  che ci descrive quello che avviene nella sala. Tramite quest’ultimo viene descritto il locale parigino e si riconoscono un acrobata su di un trapezio e alcune donne del locale che si intrattengono con uomini della borghesia. L’intenzione del pittore non è quella di scandalizzare il suo pubblico ma quella di raccontarci la vita reale descrivendo una delle tante serate parigine. E’ il flash di un attimo che finirà con il terminare della serata.

La struttura del dipinto ricorda l’istantanea

Non si è nemmeno certi se i personaggi riportati siano realmente esistiti. Per la realizzazione dell’opera furono eseguiti molti bozzetti preparatori.  L’uso del colore è caratterizzato da pennellate uniformi e continue con l’uso della monocromia. L’effetto chiaroscurale è limitato ai riflessi che creano un gioco di luce sulle bottiglie. Il volto della cameriera risulta piatto e poco ombreggiato,  nel suo abito di velluto dal busto stretto. Sullo sfondo lo specchio, a donare profondità prospettica, ripropone le figure degli astanti magistralmente resi  da poche e precise pennellate, monocrome e dai toni freddi.  La struttura del dipinto ricorda l’istantanea di una fotografia già diffusa nella Parigi dell’ottocento. L’immagine è frontale e la resa prospettica virtuale. Quest’ultima ampliata, grazie al riflesso dello specchio, in contrasto con le nature morte in primo piano.

Colazione sull’erba, la sfida di Manet

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Manet Colazione sul’erba

Il quadro, del 1863, ci presenta una colazione all’aperto e rappresenta due uomini e due donne in un bosco, sulla riva della Senna. I due uomini ci appaiono vestiti mentre le due donne sono una completamente nuda e l’altra coperta solo da una sottoveste. La donna nuda è in primo piano, mentre quella in sottoveste ci appare sullo sfondo mentre si sta bagnando le gambe nel fiume. La donna raffigurata è sempre la stessa ed è Victorine Meurent, che ritroviamo anche nel quadro Olympia del medesimo pittore. Gli uomini raffigurati sono Gustave Manet, fratello dell’autore e Ferdinand Leenhoff, il cognato. Poggiato sull’erba accanto ai protagonisti troviamo un cestino di frutta, raffigurativa di una natura morta. Il quadro fu dipinto subito sulla tela senza l’utilizzo di bozzetti. Per questo l’opera diventa rivoluzionaria e dà il via alla tecnica poi utilizzata da tutti gli impressionisti. Questa lavorazione dà al quadro un senso di incompiutezza, non accettabile ai tempi. Per questo motivo fu rifiutata dalla giuria e non fu esposta in un salone ufficiale. In questa opera Manet crea dei forti contrasti tra luce ed ombre, trascurando completamente il chiaroscuro e la profondità sembra appena abbozzata.

Il quadro sconvolge il pubblico per la realtà del nudo

Il contrasto è netto tra luce ed ombra. Sono utilizzati solo colori puri e non ci sono volutamente sfumature. La donna sullo sfondo è troppo grande rispetto alle altre figura rappresentate, viene meno così qualsiasi tipo di prospettiva. Il quadro sconvolge il pubblico per la realtà del nudo, rivelata non come soggetto religioso o mitologico, ma come fine a se stesso. La donna non è raffigurata come una dea ma per la prostituta che è. Questo crea quindi imbarazzo e mette in crisi i canoni morali ed estetici fino ad allora rappresentati. La sfida ai canoni classici del tempo è messa in evidenza dallo sguardo fisso che la donna nuda ha nei confronti dello spettatore che sta guardando il quadro. Quest’ultimo è riconducibile al raffronto che pone lo stesso Manet ai confini etici posti fino ad allora. Il dipinto mostra una routine parigina dell’epoca tra boghesi e prostitute, che però era un tabù poterlo rappresentare in un quadro.

Olympia, il quadro oltraggioso

Manet
Manet Olympia

Olympia del 1863, nasce da un’ispirazione che lo illumina dopo aver intrapreso un viaggio in Italia nel 1857. Qui il pittore rimane fortemente colpito dalla Venere di Urbino di Tiziano, esposto agli uffizi. Il quadro rappresenta una Venere pudica, contornata da simboli di fedeltà e di eros famigliare. Manet decide di riprodurlo in chiave contemporanea. Rappresenta una prostituta che guarda con modo sfacciato l’osservatore. Olympia è un nome d’arte fortemente utilizzato dalle prostitute dell’epoca. La posa ricorda particolarmente la venere di Urbino ma anche la Maja Desnuda di Francisco Goya. La donna è completamente nuda, fatta eccezione per il collare di velluto con perla a goccia, particolarmente utilizzato all’epoca (lo indossa anche la barista nel quadro precedentemente descritto), un bracciale d’oro e una scarpa gialla che sta scivolando dal suo piede sinistro. La mano sinistra è posata sul pube, in un gesto che tuttavia, non è affatto di pudore, ma è un chiaro richiamo ai nudi pornografici oggetto di mercato clandestino nella Parigi dell’epoca.

La tela della lussuria che fu fortemente criticata

Anche la domestica di colore, raffigurata nel gesto di porgerle un mazzo di fiori, rimanda alla prostituzione. Le domestiche bianche non lavoravano per donne di malaffare. Ai piedi del letto troviamo rappresentato un gatto nero, simbolo opposto al fedele cane della venere di Urbino, che invece rappresenta lussuria e tradimento. Gli abiti della serva, l’incarnato pallido di Olympia e le candide lenzuola disfatte portano l’immagine in rilievo stagliandosi con decisione sullo sfondo particolarmente scuro e piatto, arricchito dal drappo verde che funge da sipario alla scena. La tela fu fortemente criticata . Venne definito oltraggioso l’utilizzo dell’arte rinascimentale come giustificazione per la raffigurazione di risvolti disonorevoli della vita. Quando venne esposto nel 1856 al Salon di Parigi, una parte del pubblico, tentò di colpire la tela con degli ombrelli.  La modella Victorine Meurent, amante clandestina di Manet, non si liberò mai della fama di prostituta e, dopo la morte dell’artista, morì povera e alcolizzata.

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