Emily Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – 15 maggio 1886) è stata una grande poeta statunitense, una figura enigmatica che ha lasciato una forte impronta nella letteratura dell’Ottocento. E’ ancora oggi molto amata per l’invenzione di un nuovo linguaggio – in particolar modo per l’uso originale della punteggiatura e del verso libero – per lo spirito universale e la capacità di indagare l’animo umano.
Una vita solitaria e una sensibilità incompresa: la profondità delle sue opere è stata nel tempo semplificata e banalizzata. E’ dunque necessario restituire dignità alle sue parole appiattite dal web, che ha avuto il merito di diffondere i suoi versi ma che ha profanato l’animo discreto dell’autrice. Poco interessata a pubblicare le sue poesie, Emily le custodiva segretamente in foglietti cuciti con ago e filo. Ma la sua apparente semplicità cela un mondo tormentato, di luci ed ombre marcate che prendono le mosse da episodi di vita interiore. Soffermarsi solo sugli elementi idilliaci – che sicuramente sono presenti nella sua produzione – ci renderebbe estranei dalle riflessioni che si celano dietro ai suoi versi.
Emily Dickinson, una profondità non immediata
E’ anche vero che la sua profondità non è mai stata immediata. Mantiene sempre quella riservatezza e inaccessibilità che la rendono unica nel suo genere. Occorre soffermarsi con attenzione e discrezione sulle sue parole, per coglierne la vera essenza. La poeta interpreta l’esistenza in modo coraggioso e particolare. Tra i tanti temi mette in luce una serie di tabù che tormentano l’essere umano: la paura, l’attesa, l’abbandono, l’odio, la solitudine, la fuga. Tutte fragilità che spesso fatichiamo ad accettare. E questa fatica l’autrice la conosce bene dato che passa quasi tutta la vita reclusa nella casa paterna per scelta personale.
Una scelta indubbiamente radicale. E’ tuttavia un errore identificare la sua poesia unicamente con il dato biografico e l’isolamento. Ridurre Dickinson alla sua reclusione – chiedendosi continuamente la motivazione del suo gesto – danneggerebbe la complessità della sua figura. Il suo impianto poetico è costruito sulla forza del potere immaginativo che per lei è ciò che conta. Unire emozioni, mente e sensualità trasfigurandole nella rarefazione è quello che rende la sua vita interiore più ricca e – chissà forse più valida – di quella esteriore. Le poesie di Emily Dickinson sono moltissime, una più significativa dell’altra. Queste tra le più belle.
Ho vissuto di paure del 1863
Dickinson ha vissuto sicuramente di molte paure, tuttavia per lei il pericolo è uno stimolo che porta ad agire, senza il rischio non riusciremo a combattere – dice. La paura è incarnata da uno spunzone che la spinge ma anche da uno spettro che la accompagna e dal quale paradossalmente dipende la sua sopravvivenza. Paura e pericolo diventano l’unica arma per combattere la disperazione, per lei che vede la vita come qualcosa di affannoso e pericoloso, costantemente, senza alternative. Questa visone crepuscolare si traduce in una sintassi frammentata che cambia in continuazione, dal respiro interrotto e dall’abbondante uso dei trattini, suo elemento distintivo e originale.
Ho vissuto di paure.
Per coloro che conoscono l’invito
offerto dal pericolo – ogni altro stimolo
è indifferente – senza vita.
Come uno sprone nell’anima –
la paura lo spingerà dove
procedere senza uno spettro al fianco
sarebbe sfida alla disperazione.
Per fare una prateria del 1755
Per creare una prateria serve solo un trifoglio e un’ape e se le api sono poche basta l’immaginazione. In una poesia-filastrocca con rima AABB e assonanze Dickinson ci porta in una contemplazione dei paesaggi del New England. Non importa se i fiori e le piante di cui parla siano stati visti davvero, ciò che conta è la fantasia che plasma la poesia. L’elemento immaginativo è più importante perché può coprire la mancanza di realtà. In una tipica universalizzazione dell’apparentemente piccolo Dickinson ci trascina in una dimensione infinita, allucinata e contemplativa che ricorda da vicino i Daffodils danzanti del poeta romantico Wordsworth, che dal divano di casa ripensa ai fiori con il suo occhio interiore.
Per fare una prateria bastano un trifoglio e un’ape.
Un trifoglio, e un’ape.
E un sogno.
Il sogno da solo basterà,
Se le api sono poche
Non sento mai la parola fuga by Emily Dickinson
Dickinson parla spesso del concetto di fuga. Potrebbe sembrare un ossimoro rispetto alla sua condizione raccolta. Ma per lei il desiderio di fuga è presente in ogni animo, come tentativo di spezzare i vincoli. Ma andare oltre ci farebbe trovare comunque bloccati dalla condizione umana stessa, riflette.
Non le capita mai di sentire la parola fuga senza un colpo al cuore; non sente mai parlare di prigioni smisurate abbattute da soldati; le sue sbarre vengono scosse solo per fallire. Le sbarre di cui parla sono quelle emotive e psicologiche erette intorno a sé. Sono anche quelle della sua casa, in cui ha costruito l’arte e la poesia. E sono quelle della nostra percezione nel momento in cui ci spingiamo oltre attraverso la sensibilità e rimaniamo bloccati dalla sensibilità stessa. E’ un concetto di fuga che implode in se stesso, nel senso di fallimento dell’essere inermi e disarmati rispetto alla vita.
Non sento mai la parola “Fuga”
Senza un ribollire del sangue!
Un’improvvisa aspettativa!
Un dispormi a volare!
Non sento mai di vaste prigioni
Da soldati abbattute
Senza scuotere, infantilmente, le mie sbarre
Solo per fallire di nuovo!
Alessia Ceci





