“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto“. Ramon è Gian Maria Volonté, pronuncia il vecchio proverbio messicano rivolto al pistolero solitario Joe, Clint Eastwood. Il Winchester mira dritto al cuore, così voleva la regia di Sergio Leone. Anche il titolo è proiettato in corrispondenza di uno sparo. Ma è la musica di Ennio Morricone a dar respiro fino al minuto cento. Tra i toni minacciosi, i flauti cupi, la chitarra a due corde, l’ocarina vibrante e la tromba solitaria. Morricone e Leone: due apparenti musoni, scontrosi quanto basta, che rivoluzionarono il western. “Quando un uomo con la musica incontra un uomo con il cinema…”
Morricone, Leone e uno che fischi
Era il 1964, e “Per un pugno di dollari” fu il primo spaghetti western della cosiddetta «trilogia del dollaro», a essere proiettato negli Stati Uniti d’America. Girato in sole otto settimane, e i membri della troupe e del cast, si diedero finti nomi americani, che avrebbero reso più ‘credibile’ un film western: Sergio Leone usò il nome Bob Robertson (che significa figlio di Roberto Roberti, in memoria di suo padre Vincenzo, noto con il nome d’arte Roberto Roberti), e Ennio Morricone firmò la colonna sonora con lo pseudonimo Dan Savio (in alcuni titoli è stato rinominato Leo Nichols), mentre Gian Maria Volonté appare con il nome John Wells. L’unico, il più americano di tutti, era Clint Eastwood, che a Morricone piaceva particolarmente: un antieroe che ricordava il bullo trasteverino.
“Ora devi solo procurarti qualcuno che sappia fischiare”. Disse Sergio Leone a Ennio Morricone. “Per un pugno di dollari” fu il primo film insieme. Con la musica del maestro, diplomato in tromba al Conservatorio di Santa Cecilia, che sottolinea azioni e sentimenti più del dialogo. E fu storia chiamando Alessandro Alessandroni, che ebbe il soprannome di ‘fischio‘, coniato per lui da Federico Fellini. “Ho scoperto che il mio fischio era ottimo al microfono, perché il microfono non ama il respiro e io ho un respiro breve… Usavamo strumenti inusuali per un western. Un flauto di legno, una frusta, campane. La maranzana siciliana: Dang. L’uso degli strumenti era diverso dall’approccio tradizionale e dava origine a una specie di folk italiano”. Questo il ricordo del romano Alessandroni. Leone era così soddisfatto della colonna sonora dell’amico Ennio che spesso allungava le scene per lasciar terminare la musica.
Dai banchi di scuola al West
“Lo riconobbi dal movimento del labbro inferiore, mi ricordò subito qualcosa“. Raccontò Morricone nel suo libro “Inseguendo quel suono” del 2016. Erano stati compagni di scuola e non lo ricordavano. Quando Leone si recò a casa del compositore, trent’anni dopo, scoprì il suo amico delle elementari di Viale Trastevere. “Passammo tutto il pomeriggio e la sera insieme. Andammo fuori a cena a Trastevere da Filippo il Carrettiere, mi invitò Sergio e pagò lui. Poi ci recammo a un piccolo cinema di Monteverde Vecchio dove davano ‘La sfida dei Samurai’ di Kurosawa.” Così iniziò la collaborazione leggendaria dei due artisti. Era compiuto il sodalizio, tra un piatto alla romana del Carrettiere, e un battibecco senza spocchia di chi vuole averla vinta.
Leone chiedeva per “Per un pugno di dollari” una ‘litania’, qualcosa che rispecchiasse il Sud del Texas: “Un luogo appassionato e caldissimo. Là c’è un miscuglio di Messico e America. Che dà ai loro riti funebri e alla loro religione un tono e un’atmosfera particolari”. Una sorta di ‘danza della morte’. Non importava il lugubre, contava l’effetto trascendente. “Guarda, se vuoi mettere nel film quel lamento, io non voglio averci niente a che fare”, rispose orgoglioso il Maestro compositore Morricone. Si misero d’accordo. Leone, in realtà, era stonato, non era capace di cantare, e in casa aveva un profondo senso musicale solo la moglie Carla, che era una danzatrice. Tuttavia Morricone non apprezzò particolarmente “Per un pugno di dollari”: per lui, fu il peggior film girato da Leone, e la peggior colonna sonora che avesse mai scritto. Non sapeva ancora che ognuno di noi porterà dentro l’eco di una frase rubata a uno spaghetti western. O una sua strofa, un verso, come l’ululato del coyote, con la sua tipica melodia a due note: “Ah-ee-ah-ee-ah“.
Prima parolaccia detta dal coyote
“Ogni pistola ha la sua voce. E questa la conosco..“, diceva una battuta de “Il buono, il brutto e il cattivo“, film del 1966 di Sergio Leone. ‘La quintessenza del suo genere’. Leone per non ripetere i precedenti due della trilogia (“Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più“), aumenta il numero dei protagonisti: Il Biondo (Clint Eastwood), Sentenza (Lee Van Cleef), Tuco Benedicto (Eli Wallach). Sono le creature con i peccati degli uomini e la fierezza degli dei. “Vado… l’ammazzo e torno..”, chi scorderà mai la battuta? Tra uno sparo, un fischio, e corvi che gracchiano. E uno strumento differente usato per gli attori, perché ogni personaggio aveva un suo tema musicale: flauto soprano per Il Biondo, l’arghilofono suonato dal maestro Italo Cammarota per Sentenza e la voce umana per Tuco. Fu il primo western ad avere le parolacce, per questo fu vietato ai minori di 16 anni. “Ehi Biondo…Lo sai di chi sei figlio tu? Sei il figlio di una grandissima p***”, e la parola si allunga, fa eco, è coperta e sfumata in un tutt’uno con il verso del coyote… Il famoso tema musicale di Morricone.
E arrivò Deborah: l’indimenticabile colonna sonora scritta da Morricone per “C’era una volta in America“, nel 1984. Le storie di vita vissute, di gioie di dolori, nella New York del 20° secolo fino gli anni ’80, narrate da Leone, sotto il trasporto non di uno spartito scelto a caso, ma di una melodia commissionata appositamente. Affinché la sceneggiatura nascente, avesse non solo un accompagnamento, ma una etichetta sulle immagini. “Credo si possa dire che è il più americano dei film italiani”, diceva Sergio Leone che andava fiero di “C’era una volta in America”, che non ottene però subito il successo.
C’era una volta.. Deborah’s theme
Nel quartiere di Brooklyn, a New York, protagonista in “C’era una volta in America“, il tempo si è fermato. In quel pezzo di strada, precisamente all’angolo tra Washington Street e Water Street, c’è il Manhattan Bridge che divenne monumentale nel film, sotto quattro note: sempre le stesse, eseguite con il flauto di Pan. Ennio insieme a Sergio, era partito da una canzone dell’epoca, “Amapola“, successo del 1920 del compositore spagnolo José Maria Lacalle. Che viene suonata dall’orchestra nel ristorante vuoto in cui Noodles (Robert De Niro) porta a cena Deborah (Elizabeth McGovern): “Volevi un ristorante sul mare? Fuori stagione sono chiusi, l’ho fatto aprire per te”. La scena venne girata nella Sala degli Stucchi dell’Hotel Excelsior al Lido di Venezia. I silenzi di De Niro, il suo memorabile “Sono andato a letto presto“, non hanno bisogno di spiegazioni, solo musica. “Il tuo ombelico è una coppa rotonda dove non manca mai il vino..”, “Nessuno ti amerà mai come ti ho amato io“. C’è una musica, in sottofondo, anche se non ce ne siamo accorti.
Federica De Candia Seguici su Google News





