Enrico e il fratello Carlo Vanzina, figli di Steno, fratelli d’oro del cinema italiano. Classe 1951, Carlo era il fratello più piccolo dello sceneggiatore Enrico Vanzina, entrambi figli di Steno (Stefano Vanzina), noto autore di commedie nell’Italia del Secondo dopoguerra. I fratelli Vanzina dalla metà degli anni Settanta hanno saputo raccontare il Paese, con le sue qualità e stranezze, soprattutto attraverso il genere della commedia, spesso riuscita e trascinante, altre volte sopra le righe e forse un po’ convenzionale

Testimoni di un Paese intero raccontato a 360 gradi. «Quante volte ha sentito dire: è una storia che sembra uscita da un film dei fratelli Vanzina?» ci chiede Enrico, che dei due fratelli era ed è quello che scrive da sceneggiatore, scrittore, giornalista. Carlo, scomparso cinque anni fa, era regista. Aveva ereditato il mestiere del celebre padre. «Da cinque anni la cosa che faccio di più è tentare di alimentare la memoria di mio fratello». Ci dice con orgoglio e commozione Enrico, anche ricordando la maratona di tre giorni partita ieri alle 15 su Cine34, canale tematico di Mediaset sul digitale terrestre, che riproporrà 15 dei loro film cult e, al termine, uno speciale originale inedito dal titolo Il Cinema dei Vanzina-il Cinema di Carlo ed Enrico.

Una mattina racconta: «Mi sono svegliato e ho deciso che dovevo liberarmi dal dolore. In stato di trance, per 50 giorni, ho scritto la storia di un uomo. Se scrivendo avessi parlato soltanto di Carlo senza mai accennare al suo cognome sarebbe stato identico». Più che un diario, un romanzo, doloroso e bellissimo che parla di amore alternando ricordo e cronaca, sogno e referti medici, speranza e disperazione, delicatezza e abissi

Chi era Carlo, il fratello di Enrico Venzina: la carriera e i successi insieme

Certamente l’essere figlio di Steno è stato un punto di partenza importante per Carlo Vanzina, influenzato dallo sguardo irriverente e acuto del padre – tra i tanti titoli della sua filmografia si ricordano “Un giorno in pretura” (1953), “Un americano a Roma” (1954), “Piccola posta” (1955) o “Febbre da cavallo” (1976) – che ha donato spensieratezza al Paese negli anni della ripresa economica dopo le devastazioni della guerra. Ma è soprattutto la formazione sul campo con l’altro grande autore della commedia italiana, Mario Monicelli, a rafforzare l’estro e il metodo creativo di Carlo.
Con Monicelli fa l’aiuto regista in una serie di film all’inizio degli anni Settanta, tra cui “Brancaleone alle crociate” (1970) e “Amici miei” (1975). Carlo Vanzina trova poi l’idea giusta insieme al fratello Enrico per l’esordio dietro alla macchina da presa nel 1976 con “Luna di miele in tre”. È l’inizio di una feconda collaborazione lavorativa tra i due Vanzina, stabile e rigogliosa sino al 2017, con l’ultimo film realizzato “Caccia al tesoro”.

Carlo Vanzina aveva un legame particolare con la città di Milano, la “Milano da bere”, proposta in più di un film per il suo dinamismo, la capacità attrattiva e allo stesso tempo dispersiva, illusoria. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta Carlo ed Enrico mostrano i volti di una gioventù rampante, centrata su se stessa e lontana dai grandi problemi della vita reale. Li vediamo infatti sognanti e alla moda in località balneari in “Sapore di mare” (1983), passando poi a una montagna esclusiva con “Vacanze di Natale” (1983) – film che apre il ciclo dei “cinepanettoni” con la coppia Massimo Boldi e Christian De Sica – sino alle avventure professionali in un mercato del lavoro sempre più incalzante con “Yuppies. I giovani di successo” (1986). Spazio anche alle vanesie avventure d’azzardo in “Montecarlo Gran Casinò” (1987). Negli stessi anni Carlo ed Enrico disegnano personaggi sopra le righe, enfatizzando stereotipi nascenti come in “Eccezzziunale… veramente” (1982), film che regala grande popolarità al giovane comico Diego Abatantuono.

La carica creativa e irriverente dei fratelli Vanzina, provocatoria sì ma mai pienamente sregolata o grossolana, non si interrompe alla fine degli anni Ottanta, bensì trova continua linfa per alimentarsi. Nei decenni successivi, infatti, a partire dagli anni Novanta, i due Vanzina mettono a segno una serie di titoli di richiamo, provando a esplorare anche generi diversi.
Pensiamo all’omaggio al modello “I soliti ignoti” di Monicelli con il film “I mitici. Colpo gobbo a Milano” (1994), dove propongono una giovanissima Monica Bellucci, oppure “Selvaggi” (1995), nell’Italia segnata dal clima di “mani pulite”.
Certo, non sono mancati titoli più leggeri, allegri ma poco incisivi, come “Io no spik inglish” (1995) o “A spasso nel tempo” (1996). I Vanzina riscoprono poi le atmosfere degli anni Sessanta, con il film “Il cielo in una stanza” (1999) e la fiction tv “Anni Sessanta” (1999). Con la televisione proseguono poi con il ciclo per Mediaset “Un ciclone in famiglia” con Massimo Boldi, Barbara De Rossi, Maurizio Mattioli e Monica Scattini.
Entrando a passo deciso nel nuovo millennio, Carlo ed Enrico non hanno rallentato il loro ritmo produttivo, rispolverando grandi cult del passato come “Febbre da cavallo. La mandrakata” (2002) – dove ritrovano Gigi Proietti e omaggiano il cinema del padre Steno – oppure cimentandosi in commedie dalle tinte mélo come “Il pranzo della domenica” (2002).
Negli ultimi anni, infine, hanno mantenuto il loro modus creativo, puntando sempre a coinvolgere in ogni progetto un gran numero di attori italiani. Vediamo così in “Ex. Amici come prima!” (2011), “Mai Stati Uniti” (2013), “Un matrimonio da favola” (2014) o nell’ultimo “Caccia al tesoro” (2017): Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Serena Rossi, Stefania Rocca, Emilio Solfrizzi, Adriano Giannini, Giorgio Pasotti, Ricky Memphis, Paola Minaccioni, Ambra Angiolini, Anna Foglietta, ecc.

Il successo del libro dedicato al fratello

Autore di oltre 120 sceneggiature, firma di migliaia di pezzi giornalistici, libri, lettere, Enrico Vanzina si è trovato quasi impreparato al successo che il suo “Mio fratello Carlo” (HarperCollins) sta avendo:

«Non mi era mai successo di scrivere così; credo che questo sia stato l’ultimo regalo di Carlo, scomparso 14 mesi fa, il quale me l’ha dettato improvvisamente all’orecchio. Non volevo scrivere, ma mi sono svegliato una mattina posseduto dall’esigenza di portare sulle pagine la storia non di un personaggio, Carlo Vanzina, ma quella di Carlo, un uomo gentile, buono, timido e melanconico, nella scena sempre un passo indietro, nella vita sullo sfondo. E credo sia questo che toglie il fiato a quanti lo leggono tra le mie righe: dietro un libro crudele, la storia di una malattia terminale che ci strappa l’affetto di un familiare, dietro l’elaborazione del lutto, c’è una grande storia d’amore, che poteva essere quella di chiunque, di due fratelli così uniti come siamo stati io e Carlo, come di due amanti o di un genitore con il figlio». E torna sulla famiglia Vanzina, albero maestro nella sua vita: «Scrivere aiuta a sconfiggere la morte, anche quella già annunciata, come nel caso di mio fratello. Al centro della mia storia ci sono il peso dei ricordi e la forza della famiglia, entità sempre più spesso dimenticata ma quantomai importante, perché che nella difficoltà più grandi rimane ancora l’unica risorsa a cui attingere per sopravvivere e superare la disperazione». Un percorso di rinascita, nel quale il ricordo diventa essenza: «Le perdite in realtà ti riconsegnano l’essenza di qualcosa, che lentamente si metabolizza e si cristallizza dentro; io accanto a me ho l’essenza di Carlo, la cui morte ha eliminato i momenti quotidiani inutili, come fa il cinema tagliando le scene superflue».

Le sue lacrime di commozione, balsamo umanissimo e delicato, irrorano una ferita costantemente aperta, che continua a lacerarlo mentre parla e cerca di rendere comprensibile all’esterno un rapporto intimo ed inesplicabile, quello tra due fratelli, due compagni di vita e avventure, due colleghi di lavoro che hanno scritto 40 anni di storia del cinema italiano e segnato le vite di più di una generazione di pubblico, attori e critica.