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Everything Everywhere All At Once è il film migliore del 2022

Risulta particolarmente complesso spiegare perché Everything Everywhere All At Once è il film migliore di questo burrascoso anno ma, per il momento, basta sapere che grazie alla commistione di talento narrativo, tecnico e critico questo è il film che meglio ha saputo rappresentare l’umanità di questi folli anni. La A24, casa di produzione statunitense, si fa per l’ennesima volta garanzia di un capolavoro che investe su autori straordinari come, in questo caso, Daniel Kwan e Daniel Sheinert, registi del film.

Il film si compone di tre atti: everything, everywhere e all at once (appunto). Racconta la storia di Evelyn Wang (Michelle Yeoh), proprietaria di una lavanderia a gettoni, e del suo burrascoso rapporto con la figlia Joy (Stephanie Husu). Una serie di eventi pressoché insignificanti iniziano ad accumularsi ed è nei frangenti iniziali che scopriamo che Evelyn è, a sua volta, una figlia tormentata dal rapporto con il padre che soffre di demenza senile. Il tutto è destinato a esplodere quando il fisco, attraverso l’intransigente impiegata Deirdre Beaubeirdre (Jamie Lee Curtis), impone una resa dei conti alla lavanderia di Evelyn. Da quel momento si sviluppa un vero e proprio cortocircuito nell’esistenza di Evelyn e dello stesso film: ha inizio un viaggio psichedelico attraverso la sovrapposizione di piani multidimensionali.

Cosa cambia quando nulla cambia

https://www.imdb.com/title/tt6710474/

Il discorso sui piani multidimensionali risulta incredibilmente difficile da comprendere per noi, eppure i registi riescono a rendere estremamente chiara la teoria astratta. Non solo Evelyn si ritroverà a dover affrontare innumerevoli nemici provenienti da tutti gli universi ma riuscirà ad affrontarli grazie alle conoscenze e alle capacità di tutte le Evelyn esistenti in tutte le loro variabili che, appunto, risultano pressoché infinite. Il film si adatta ad ogni Evelyn e cambia continuamente registro narrativo permettendo agli spettatori di assistere a spettacolari combattimenti – lasciatemi fare un’ovazione per l’iconico plug anale utilizzato come arma di difesa – a momenti drammatici e ad altri che oltrepassano il limite dell’assurdo.

Di non logica si compone un film che fa della logica e dello studio scientifico la base su cui costruire la narrazione di una donna ciecamente insoddisfatta della propria vita. Evelyn con la scusa di salvare il mondo si trova a poter sentire e sperimentare tutte le sue vite possibili: quella in cui è una stuntwoman famosa in tutto il mondo, quella in cui ha una relazione romantica con l’impiegata Deirdre e quella in cui è una chef di successo le cui mani sono guidate da un procione posizionato nel suo cappello. Evelyn assapora tutte le sue vite ma, per quanto alcune possano apparirle affascinanti, le lasceranno sempre in bocca il retrogusto amaro dell’esistenza, da qualunque universo provenga. Evelyn scoprirà che non esiste una Evelyn migliore delle altre, che non esiste una vita che la può rendere più o meno felice di quanto non lo è già e quindi si ritrova a voler e dover rimettere insieme i pezzi della sua. A partire dal difficile compito di fermare sua figlia, proveniente da un altro universo, che cerca di risucchiare i multiversi nel buco di un bagel gigante.

Il dilemma del bagel gigante

Sono state giornate difficili quelle a cui ho sottoposto ogni mio conoscente a infiniti interrogatori per cercare di capire cosa quel bagel potesse effettivamente significare. La verità è che non credo di dover dare io un’interpretazione e condizionarne la visione, al contrario preferisco lasciare gli interrogativi che i Daniel hanno lasciato a me, perché credo che il significato ultimo del film possa essere quello di fare del film tutto ciò che vogliamo: distruggerlo, lodarlo oppure dimenticarlo. Di fatto qualunque sia la nostra strada, dopo Everything Everywhere All At Once è importante riconoscere come proprio questo film abbia saputo raccontare, meglio di qualunque altro, la contemporaneità proprio grazie al deus ex machina dei suoi paradossi esistenziali, che diventano escamotage vincenti per raccontare vite distorte, vuote oppure, semplicemente, vite che hanno smesso di comunicare tra loro.

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Benedetta Vicanolo

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