Mangiare è un atto naturale, istintivo, imprescindibile. Ci si nutre con la bocca, ma anche con lo sguardo, con il pensiero e con gli altri sensi. Tuttavia, a volte l’appetito è eccessivo, smanioso, non sano. Quell’impulso irrefrenabile, quel desiderio di agguantare uno snack che diventa quasi ossessivo, quella ricerca spasmodica di qualcosa da sgranocchiare; tutto questo ha ben poco a che fare con un vero bisogno di mangiare. L’input non parte dallo stomaco, ma dall’inconscio: si parla, in questi casi, di fame emotiva, o fame nervosa.

Fame emotiva: cos’è e come distinguerla dalla fame fisiologica

La fame emotiva va distinta dalla fame fisiologica. A dettar legge, nel primo caso, è la mente, anziché lo stomaco

Sin dalla nostra nascita, essere sfamati è il primo regalo che riceviamo. L’allattamento, il seno materno che ci sostenta e ci dona energia; il cibo è l’atto d’amore originale, quello che ci permette di vivere. La nutrizione è la forma di comunicazione originaria: mangiamo, dunque siamo amati. Questo messaggio intrinseco ci accompagna durante tutto il percorso di crescita, e resta con noi anche in età adulta. Proprio per questo, la fame emotiva diventa una reazione compulsiva a degli eventi esterni, a dei momenti di stress, ansia o a dei disagi interiori, dai quali ci sentiamo attaccati e che ci spingono a rifugiarci nell’azione primordiale che ci ha consolati agli albori della nostra esistenza.

La sensazione di conforto e appagamento che derivano da un’abbuffata “ordinata” dalla mente, tuttavia, ha breve durata. Quando il problema risiede nelle nostre emozioni, vettovaglie e dintorni sono un palliativo poco efficace e temporaneo. Il cuore e il cervello si quietano per un attimo, salvo poi riprendere, più frenetici e tormentati che in precedenza. A differenza della fame fisiologica, la necessità non si manifesta regolarmente, con i classici borbottii nello stomaco, ma parte direttamente dalla testa. Quando l’effettivo stimolo viene soddisfatto, si raggiunge un senso di sazietà che ci permette di stare tranquilli fino al pasto successivo. Quando ad essere affamata è l’anima, invece, si continua ad ingerire, anche oltre la reale esigenza. La fame fisica consente di assaporare, quella fisica no. La fame fisiologica accetta cibi sani e anzi, li preferisce; la fame nervosa predilige il junk food. Merendine, patatine, dolci, alimenti ad alto contenuto di grassi e zuccheri: qualsiasi cosa possa donare un’immediata illusione di sollievo. Quando è il nostro organismo a chiedere cibo, lo fa gradualmente, in modo cadenzato e senza eccessi; quando è la mente a prendere il sopravvento, l’urgenza è schiacciante e totalizzante.

Cause e conseguenze della fame emotiva

Per scovare i motivi che si nascondono dietro la fame emotiva, bisogna scavare nel profondo. Quando ci si sente stressati, o sovraccarichi, o impauriti, o turbati; insomma, quando siamo soverchiati dalle emozioni negative, mangiare può diventare una risposta automatica per lenire uno stato d’animo inquieto. Come, da bambini, ci veniva offerto del cibo per tranquillizzarci, così il nostro inconscio cerca protezione nei comfort food. Una sorta di auto-cura messa in atto senza volerlo per placare un appetito che in realtà è angoscia, logorio. Concentrandosi su quello che si sta masticando, pur sentendone a malapena il sapore, si crede di allontanare i pensieri cupi, le preoccupazioni e tutto quello che ci abbatte. Si tenta di colmare un vuoto, riempiendolo come si può.

Si tratta, ovviamente, di un effetto placebo che non risolve alcun problema; anzi, ne aggiunge altri. Dopo un consumo eccessivo e maniacale, infatti, spesso subentra il senso di colpa, associato al timore di prendere peso, o essere giudicati dagli altri. Ecco perché, quasi sempre, l’emotional eating è una pratica solitaria, che si svolge tra le mura domestiche e lontano da sguardi giudicanti. Tutto questo, naturalmente, ha delle conseguenze: il continuo pensare al cibo e a quanto assumerne allontana dal reale fulcro della questione: le emozioni. Le cause restano inesplorate e si ripresentano ciclicamente, aumentando la sensazione di “perdita del controllo” delle nostre azioni ed emozioni, in un circolo vizioso dal quale diventa complicato uscire. Abbuffarsi senza criterio, oltretutto, carica il corpo umano di una serie di problematiche, dalla digestione, alla pressione arteriosa, fino a provocare danni più significativi.

Come gestire la fame nervosa

Quando si cerca di porre rimedio a un malessere senza estirparne la radice, questo ramifica e si espande, rendendo insufficiente anche la gratificazione istantanea dovuta al cibo. Per riprendere le redini dei propri sentimenti e vincere la fame nervosa è necessario innanzitutto distinguerla da quella fisica. Imparare ad ascoltare i segnali che il nostro organismo ci invia è fondamentale per agire con consapevolezza e nel rispetto di noi stessi. Se lo stomaco sta domandando davvero qualcosa, è bene assecondarlo; se, invece, si tratta di un impeto nervoso, ci si deve fermare a dialogare con noi stessi.

Per quanto difficile e doloroso, accettare le proprie emozioni, persino quelle sgradevoli, è un primo passo per affrontare ciò che non va. Il dialogo interiore è un lavoro scomodo; eppure, è l’unica chiave per sbrogliare la matassa. Interrompere l’automatismo disfunzionale aiuta a prendere coscienza di qualsiasi cosa si stia muovendo dentro di noi, per poi analizzarla, razionalizzarla e superarla. Ovviamente, non è un percorso da intraprendere obbligatoriamente da soli; chiedere aiuto a persone competenti può accelerare la via verso una risoluzione del problema. Se necessario, rivolgersi a nutrizionisti, terapeuti o specialisti del settore non è assolutamente un segno di debolezza, anzi. Imparare a spezzare le catene emotive che ci bloccano e a lasciar andare ciò che ci opprime, è la strada più sicura per tornare a mangiare con cognizione di causa, a gustare, ad amare il cibo e, di conseguenza, noi stessi.

Federica Checchia

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