Un mare conteso, una missione che è più di un viaggio: cosa succede rispetto alla Flotilla per Gaza in Italia?

La Global Sumud Flotilla non è solo un convoglio di barche cariche di viveri e medicinali. È una messa in scena politica che si misura con il linguaggio dei governi e dei tribunali, e al tempo stesso con le immagini che attraversano i social e le piazze. Lo dimostrano i tre fronti aperti in queste ore: l’intercettazione israeliana, le dichiarazioni di giuristi che rivendicano la legalità della missione, e le accuse – circolate in Italia – di “atti ostili verso uno Stato estero”.

Abbordaggi e rimpatri forzati

Partite da Arsuz, in Turchia, quarantacinque imbarcazioni civili hanno tentato di raggiungere Gaza. Quaranta sono state intercettate dalla marina israeliana a meno di 70 miglia dalla Striscia e scortate ad Ashdod. Resta un giallo sulla Mikeno, che secondo media turchi avrebbe raggiunto le acque di Gaza ma ha perso contatto con gli organizzatori: Tel Aviv lo nega.

Fra i fermati ci sono anche attivisti italiani, inclusi parlamentari di opposizione. Il ministro degli Esteri Tajani ha parlato in Parlamento, mentre associazioni come Arci hanno smentito la sua versione: le barche non si sarebbero dirette volontariamente verso Ashdod, ma sarebbero state costrette. Intanto, Israele prepara i rimpatri collettivi con voli charter, mentre a terra in Italia monta la protesta studentesca e sindacale.

Diritto internazionale: chi viola le regole?

Secondo un documento firmato da ASGI, Giuristi Democratici e Comma 2, la Flotilla è pienamente conforme al diritto internazionale. Navigare in acque internazionali verso Gaza non costituisce violazione di alcuna norma; a violare il diritto è piuttosto Israele, con l’attacco armato, il blocco navale e l’annessione illegittima di spazi marini palestinesi.

La Corte Internazionale di Giustizia, nell’advisory opinion del luglio 2024, ha ribadito che Israele non ha alcun diritto di sovranità né sui Territori palestinesi occupati né sulle acque antistanti Gaza. L’ONU, con risoluzione del settembre 2024, ha imposto a Israele di porre fine all’occupazione entro un anno, scadenza ormai passata. Gli Stati, Italia inclusa, hanno quindi un obbligo: non riconoscere la situazione creata da Israele.

Ne consegue che parlare di “acque israeliane” significa contravvenire a un preciso obbligo di non riconoscimento. Per i giuristi, è l’Italia – se si adeguasse a quella narrazione – a rischiare di violare il diritto internazionale, non gli attivisti in mare.

L’accusa interna: “atti ostili”?

Parallelamente, in Italia è circolata l’idea che i partecipanti alla Flotilla possano aver violato l’articolo 244 del codice penale, che punisce con anni di carcere chi compie “atti ostili contro uno Stato estero senza approvazione del governo”.

Ma qui la cornice cambia: la giurisprudenza ha sempre escluso che forme di disobbedienza civile non violenta possano essere considerate “atti ostili”. Per configurare il reato servirebbe un atto concreto, operativo, idoneo a esporre l’Italia a guerra o rappresaglie. Nel caso della Flotilla, si tratta di navigazioni disarmate, a scopo dichiaratamente umanitario. Mancano, dunque, gli elementi di pericolo reale richiesti dalla norma.

La distinzione non è solo tecnica: se passasse l’idea che portare aiuti in mare aperto equivalga a un “atto ostile”, il confine tra solidarietà e criminalizzazione politica si assottiglierebbe fino a sparire.

La dimensione simbolica della Flotilla per Gaza in Italia

Da settimane, osservatori notano che la Flotilla non pesa tanto per i suoi carichi materiali – viveri che difficilmente basterebbero a cambiare la crisi umanitaria – quanto per la sua potenza simbolica. È la performance di civili disarmati che reclamano il diritto di navigare in un Mediterraneo sempre più militarizzato. È un gesto che rompe la rassegnazione e costringe governi e media a prendere posizione.

E proprio qui si colloca la tensione: Israele parla di “atto illegale”, mentre giuristi internazionali ribadiscono che illegale è il blocco stesso. In mezzo, i governi europei oscillano tra prudenza diplomatica e la necessità di non abbandonare i propri cittadini fermati.

Flotilla, Gaza, Italia: una battaglia di cornici

La vicenda della Flotilla è oggi un laboratorio perfetto per leggere le contraddizioni della politica estera italiana ed europea. Da un lato, le parole di Macron e le prese di posizione dei giuristi ricordano che il diritto internazionale non può essere piegato alle esigenze del momento. Dall’altro, la criminalizzazione interna mostra quanto sia fragile il confine tra dissenso civile e reato, quando entra in gioco un alleato strategico come Israele.

Insomma, la Flotilla resta quello che è sempre stata: un atto politico che non si muove solo sulle onde del mare, ma oscilla soprattutto nel modo in cui Stati e tribunali decidono di raccontarlo.

Maria Paola Pizzonia