La Francia è in crisi, il governo guidato da François Bayrou affronta ore decisive: il voto di fiducia in Assemblea nazionale potrebbe sancirne la fine, aprendo una nuova fase di instabilità politica per la Francia e, con essa, per l’intera Europa.

Il cuore della crisi non è soltanto politico, ma economico. Con un deficit al 5,8% del Pil e un debito che ha superato i 3,3 trilioni di euro (114% del prodotto economico), la Francia appare incastrata in una spirale che dura da oltre cinquant’anni, senza mai aver raggiunto un bilancio in equilibrio.

Bayrou ha tentato di legittimare la propria linea proponendo tagli drastici (44 miliardi di euro entro il 2026) e persino l’abolizione di due festività nazionali. Un gesto simbolico ma politicamente esplosivo, che ha compattato contro di lui un’opposizione già eterogenea.
La sua insistenza sul “coraggio politico” si traduce in un’agenda di austerità che riecheggia le politiche neoliberali degli anni Duemila, mai amate in Francia e oggi ancora più fragili dopo pandemia, guerra in Ucraina e inflazione energetica.

La Francia in crisi e la solitudine di Macron

Se il governo cadrà, Emmanuel Macron dovrà nominare il quinto primo ministro dall’inizio del suo secondo mandato. Un segnale chiaro: il presidente non riesce più a controllare un parlamento frantumato da quando ha scommesso, e perso, sulle elezioni anticipate del 2024.
Il rischio maggiore non è la caduta di Bayrou in sé, ma il logoramento dell’autorità di Macron, costretto a trattare con i socialisti o con una destra che non offre alcuna stabilità. Il quadro restituisce un presidente ostaggio della sua stessa architettura istituzionale, troppo debole per imporsi e troppo orgoglioso per sciogliere di nuovo le camere.

A rendere ancora più instabile la situazione c’è la piazza. Già mercoledì sono previsti scioperi nazionali, mentre i sindacati hanno convocato una mobilitazione di massa per il 18 settembre. La Francia rischia così una doppia crisi: paralisi al vertice e contestazione sociale nelle strade. In questo contesto, il voto di fiducia diventa meno un test di governo e più un termometro di sistema: misura quanto la Quinta Repubblica sia capace di reggere l’urto di una crisi fiscale permanente e di un parlamento che riflette una società frammentata.

Uno specchio della crisi europea

La crisi francese ha inevitabili ripercussioni sull’Unione europea. Se la seconda economia dell’Eurozona non riesce a rispettare i vincoli di bilancio e fatica a mantenere stabilità politica, l’intero progetto comunitario rischia di indebolirsi. L’instabilità di Parigi pesa su Bruxelles tanto quanto quella di Roma o Berlino: il messaggio è che l’Europa non ha più ancore sicure.

Maria Paola Pizzonia