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Game Designer, questo sconosciuto? Intervista a Francesca Romana Cicetti

Il Game Designer è il professionista responsabile della realizzazione delle meccaniche e del regolamento di un gioco, da tavolo o di ruolo che sia. Si tratta di una figura spesso fraintesa o poco nota nel mainstream tuttavia chiave, essendo quella che in pratica rende un gioco… giocabile. Oggi abbiamo il piacere di fare quattro chiacchiere con Francesca Romana Cicetti, scrittrice e Game Designer, anzi, Larp Designer (quindi un categoria che potremmo definire quasi “di nicchia”) che nello specifico realizza i cosiddetti Chamber Larp, ossia i Larp “da camera”.

Ciao Francesca. Presentati e dicci come sei arrivata al Game Design

Sono Francesca Romana Cicetti, nata a Roma, laureata in scienze politiche e “nasco” principalmente come scrittrice di prosa, ho pubblicato alcuni romanzi e attualmente tra le varie peripezie sono un’insegnante di italiano per stranieri. È stata proprio questa commistione tra scrittura e insegnamento che probabilmente mi ha avvicinato al game design. Direte, che c’entrano tra loro? I primi giochi li ho pensati con funzioni educative. Volevo utilizzare il gioco per insegnare qualcosa, trasmettere qualcosa, intrattenere i ragazzi mentre imparavano. Dopo aver giocato per molti e molti anni mi sono detta: dai, creiamone uno e pubblichiamolo. Io scrivo giochi perché innanzitutto mi piace giocare.

Quanto è importante l’esperienza “da giocatore” per un designer?

Non puoi scrivere se non hai giocato no? Più esperienze fai e più ti completi, ma soprattutto più riesci a capire dove vorresti dirigerti. Sperimentando e scoprendo piano piano trovi una collocazione in quello che ti piace

Come descriveresti il Game Design e il Game Designer?

Il game designer è il giocatore che non ce l’ha fatta (ride). Scherzo ovviamente. Allora… Per me nasce dall’amore profondo per il gioco. A me piace moltssimo giocare, ci divento pazza e soprattutto ad un certo punto della mia vita adulta mi sono resa conto che l’adulto che non gioca si perde un sacco di cose belle. Siamo portati a pensare che superata una certa età venga meno il tempo dei giochi, in parte è così, certo, ma parlo più di percezione esterna: Sei diventato grande, basta giocare. In un momento della mia vita adulta mi sono resa conto che questa cosa non mi piaceva per niente e da questa consapevolezza, ossia che anche gli adulti dovrebbero giocare, nasce il mio bisogno di game design. Io voglio far giocare le persone, il game designer vuole far giocare le persone.

Secondo te, si tratta di una “naturale evoluzione”? Cioè, si nasce player e a un certo punto chi ne ha la capacità si sente spinto a diventare una sorta di sceneggiatore? Che esso sia un master o un designer?

Guarda, io sono una creatrice di giochi che toglie il master dall’equazione. Secondo me toglierlo ti rende più libero perché ti mette nella condizione in qualsiasi momento di prendere chi ti sta davanti e giocare, seduta stante. In generale tuttavia, non è necessario il mutamento.

A cosa gioca un Game Designer?

Spero a tutto!! 

E come vive giocare ai propri giochi?

Per me è terribile!! È tremendo! Hai troppo l’occhio clinico e continuamente dici che una cosa potevi farla diversamente, non solo hai sempre paura che i giocatori si annoino. Io personalmente scappo in un altro continente quando qualcuno mi dice che sta giocando a qualcosa di mio. Invito i miei conoscenti a non dirmelo proprio, o meglio, a dirmelo dopo, perché ovviamente il feedback è fondamentale per crescere e per scrivere l’ennesima versione definitiva. Quella giusta, che ahimè, è sempre la penultima.

Entriamo nello specifico. Cosa sono i Larp da camera?

Partiamo dai Larp per chi non lo sapesse: sono GdR dal vivo dove tu interpreti il personaggio per la durata dell’evento e generalmente sei immerso a 360 gradi in un’ambientazione realizzata ad hoc, più o meno dettagliata. I Larp da camera sono sempre GdR dal vivo ma privi di ambientazione e non necessitano “prop” di scena. Non devi giocare in un castello né in costume. Si gioca in una stanza, in una camera. Di solito intervengono delle meccaniche e delle meta-tecniche che nel Larp più tradizionale non ci sono. Solitamente poi un Chamber Larp dura molto meno. Un Larp dura anche una settimana e di solito mai meno di una giornata, uno da camera anche 45 minuti.

Come ti sei innamorata dei Chamber Larp? 

Li ho conosciuti durante l’Italian Larp Festival, un’iniziativa bellissima della Chaos League che raccoglie giocatori da tutti Italia e li immerge in una tre giorni di Larp da Camera. Ci si incontra, ci si confronta e si gioca a proposte scritte dai presenti o prese dal panorama internazionale. Recentemente sono nati addirittura i Larp Club, sostanzialmente riunioni mensili in diverse città d’Italia nei quali ci si incontra e si gioca a Larp da Camera. Durano una serata. Da un punto di vista sociale sono esperienze bellissime.

Il tuo processo creativo?

Schematicamente: fase 1, penso a un obiettivo e lo scrivo; fase 2, mi immagino il percorso per arrivarci e mi metto nei panni del giocatore che dovrà giocarci. Cerco di capire come fargli vivere le emozioni che voglio trasmettergli; fase 3, prendo tutti questi input e li trasformo nelle regole del gioco arrivando alla versione definitiva, la prima delle moltissime. Alla fine è un vero e proprio Frankenstein di regole che mandi in pasto ai betatester. Da quel momento preghi e ti prepari a ricominciare tutto da capo

Da quando ti dedichi a questo?

Dal 2016, sono fresca nell’ambiente.

Nonostante ciò ti sei già tolta qualche soddisfazione no?

Diciamo di si, penso tu ti riferisca a Chain Gang, un gioco che ho realizzato assieme ad Alessandro Giovannucci, un designer meraviglioso. Il gioco ha vinto nel 2019 il Southern Way – Out of The Box. I Southern, Way Awards sono premi attribuiti da una giuria popolare, durante l’Italian Larp Festival, ai giochi in programma e l’Out of the box viene assegnato a quello considerato più originale, quello fuori dal coro. Si tratta di un “Black Box”, quindi un gioco che si svolge al buio. I protagonisti sono una serie di carcerati ai lavori forzati e di guardie. È un gioco molto disturbante, infatti per tutto il tempo di sottofondo vene mandata il loop la stessa canzone, che è appunto Chain Gang di Sam Cooke.

Quando un gioco si può dire riuscito?

Quando ti lascia qualcosa. Lo so, sembra una stupidaggine, ma non tutti ti lasciano qualcosa, molto spesso giochi e due giorni dopo ti sei dimenticato cosa hai fatto e con chi eri. Per me riesce quando ti lascia una sensazione, un’emozione, o perché no, un’amicizia. Il voler rigiocarci soprattutto. Ciò è diverso dal realizzare un gioco perfetto, fatto bene, con le meccaniche tutte belle armonizzate che girano come ingranaggi. Anche quello vuol dire realizzare un gioco riuscito, certo, anche quello vuol dire riuscire a realizzarlo, ma a me interessa soprattutto il lato emozionale, viste anche le tematiche che affronto nei miei giochi.

Il Game Design è una forma d’arte?

Certo che si! È equiparabile alla sceneggiatura, anzi, ultimamente ci si sta muovendo per equipararla alla categoria. Pensa, il sindacato degli sceneggiatori italiani recentemente ha diffuso una comunicazione in merito.

Avete un comitato che vi rappresenti? Siete associati a livello nazionale?

No, perché non c’è un riconoscimento della categoria. Il discorso associativo è un terreno molto spinoso perché non c’è sempre comunione di intenti. Chi fa il Larp Designer spesso è anche un Game Designer generico e scrive vari tipi di giochi, anche giochi da tavola e solitamente viene tutelato da quel punto di vista; chi organizza Larp spesso non si serve di Larp Designer, non lo ritengono necessario. Gli organizzatori di Larp, nonostante organizzino molto spesso eventi straordinari, sono scrittori di trame per lo più, il che non è la stessa cosa dell’essere un Larp Designer “puro”. Scrivere un regolamento non è fare Game Design. L’utilizzo di un designer spesso è quasi una scelta politica.

Per te quali sono le regole base del Larp Design?

Apparte giocare tantissimo? Ok… Premettiamo che esistono tanti manuali e tante pubblicazioni al riguardo, ci sono tantissime persone che ne sanno e che vale la pena ascoltare. Per quanto mi riguarda è fondamentale rendere il giocatore indipendente. Scrivere qualcosa di facile che possa capire da solo. Secondo, scrivi un gioco a prova di giocatore: dire che un gioco non funziona perché è stato giocato male non deve essere una scusa. Il gioco deve reggere a prescindere dal giocatore. Terso, scrivi un gioco sicuro. Quello del Larp è un gioco che può metterti a nudo, se l’ambiente non è accogliente il giocatore non si mette in gioco. Scrivi “safe” e dagli sempre una possibilità di uscita.

Bene, terminiamo questa intervista con una domanda che per me, un tuo fan, è fondamentale: Cosa bolle in pentola?

Allora… Si chiama Ballata per una Strage e parla di un uomo che al termine di un giornata in questura muore. Il gioco ripercorre gli eventi che lo hanno portato alla morte. Se si hanno presenti fatti di cronaca legati agli anni di piombo i riferimenti sono tutti lì.

Ringraziamo Francesca per la sua disponibilità, consci del fatto che si potrebbe parlare per ore dell’argomento. Gli auguriamo ovviamente un grande successo e speriamo di aver reso giustizia alla categoria.

Dario Bettati

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Dario Bettati

Laureato in Teorie e Pratiche dell’Antropologia e laureato magistrale in Discipline Etno-Antropologiche. Studioso e appassionato delle “declinazioni” più contemporanee e "Pop" della cultura e della società, divulgatore scientifico, ma soprattutto un grande e grosso NERD.
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