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Gender Gap, in UE le donne guadagnano il 13% in meno degli uomini

Secondo Openpolis, che riporta i dati del sistema statistico europeo, Eurostat, il gender pay gap, la differenza tra salari femminili e salari maschili nell’UE si assesta al 13%. L’indicatore aggrega numerose percentuali e dati in modo da definire una situazione lavorativa particolarmente eterogenea, formata da ambiti contrattuali e tipologie lavorative anche molto diverse tra loro. Il sistema statistico ha inoltre classificato i paesi europei a seconda del divario retributivo: agli ultimi posti i paesi baltici, con Lettonia e Estonia al 22%, seguiti dall’Austria (18%); ai primi, il Lussemburgo (0,7%), la Romania (2%) e la Slovenia (3%). L’Italia subito sotto il podio virtuoso, con il 4%, ben otto punti percentuali sotto la media europea. Ma cos’è che determina il gender pay gap?

Verso una società più equa si passa dalla parità salariale: il gender pay gap come misura delle pari opportunità in UE?

La tabella con tutti i posti in classifica

Secondo Openpolis, fondazione volta a semplificare e promuovere la diffusione di open data, dati pubblici e disponibili a tutti, le motivazioni dietro l’esistenza (e l’eterogeneità) del gender pay gap sono molteplici. Oltre alle caratteristiche lavorative, a determinare la sussistenza del divario retributivo sono anche i fattori relativi al mercato del lavoro. Per fare un esempio, le donne sono molto presenti nel settore pubblico, dove i salari sono generalmente più contenuti, che nel privato, dove gli stipendi sono spesso più cospicui. Ci si dovrebbe quindi chiedere perché le donne siano predilette dal pubblico. Le motivazioni sono sistemiche, plurime: ma se dietro ci fosse una specifica scelta dei datori di lavoro privati? Non lo sappiamo per certo, però molte testimonianze raccontano di discriminazioni già nei colloqui.

Guadagnare il 13% in meno di un collega uomo non è poco. Ma proprio l’UE si sta adoperando contro il gender pay gap, in vista del raggiungimento della parità salariale tra generi. Le politiche adottate in ambito comunitario – in vista di un ampliamento nazionale – sono molteplici, tra cui ricordiamo la possibilità di usufruire di congedi parentali equi. Allungare il congedo parentale anche al partner significa prima di tutto abbandonare lo stereotipo ideologico della donna-madre-lavoratrice, escludente e discriminatorio, immaginando conseguentemente un modello di famiglia diverso. Ma significa anche, insieme alle altre misure previste anche dai singoli stati, poter superare la discriminazione a partire dal luogo di lavoro.

Alberto Alessi

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