Giappone: il femminismo non esiste? Storia del movimento

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Di Giorgia Bonamoneta

Qualche settimana fa abbiamo parlato delle dimissioni di Yoshiro Mori, dopo le dichiarazioni sessiste e l’indignazione internazionale. In quell’occasione si è parlato del movimento femminista in Giappone, dell’apparente facciata di perbenismo che nasconde una lenta apertura verso l’uguaglianza di genere.
Il femminismo in Giappone non esiste? In questo articolo di approfondimento cercheremo di delineare i passaggi fondamentali del movimento femminista in Giappone.

Il femminismo è un’importazione occidentale?

Figlie, mogli, madri, servitrici, geishe. La donna era oggetto di proprietà maschile, inferiore agli uomini e al servizio degli uomini. Esistono delle eccezioni: le onna-bugeisha (女 武 芸 者), ovvero le donne guerriere appartenenti alla nobiltà che, addestrate per proteggere la casa e la famiglia, hanno combattuto a fianco dei samurai. La prima onna-bugeisha è quasi leggenda: l’imperatrice Jingu, nata nel 169 d.C. Di lei però si conosce molto poco e per scarsità di fonti storiche il suo nome è stato eliminato dalla lista ufficiale degli imperatori.

In tempi più recenti le fonti storiche non mancano a dimostrare le innumerevoli voci contrarie all’asservimento. Kusunose Kita, anche detta la “nonna dei diritti civili”, portò le proprie istanze davanti al governo nazionale. Rimasta vedova a gestire i beni di famiglia, non accettò di pagare le tasse senza avere in cambio il diritto di voto. Doveri sì, diritti no. Il governo cedette e dal 1880 le donne ottennero il diritto di voto. Una vittoria che non durò a lungo, infatti nel 1884 la legge venne abrogata e le donne furono nuovamente escluse dal voto.

La frase “il femminismo in Giappone non esiste” o “è stato portato dagli occidentali” non ha basi storiche, come abbiamo visto. Per quanto le conquiste siano state lente, sono sicuramente autoctone. Quindi da dove nasce questa concezione? Dopo la resa del Giappone nella seconda guerra mondiale, il Comitato delle donne per la politica si riunì per redigere una petizione per il suffragio universale e la parità dei diritti. Ma prima dell’annuncio formale del Primo Ministro giapponese, che aveva già acconsentito, gli americani presentarono il loro abbozzo di riforme civili, tra cui il suffragio universale.
Il merito venne riconosciuto agli americani e anni di battaglie politiche, tra cui quelle di Ichikawa Fusae, furono dimenticate.

Donne giapponesi - photo credits: web
Donne giapponesi – photo credits: web

Femminismo e prosperità

Il boom demografico post seconda guerra mondiale investì anche il Giappone. Si cercò di contenere tale boom con il controllo delle nascite, ma invece di puntare sulla contraccezione si preferì adottare misure sull’aborto. Tra le varie misure ci fu anche l’approvazione, nel 1948, della legge sulla protezione della popolazione, ovvero la sterilizzazione obbligatoria dei malati di mente e dei malati gravi. Il consenso delle donne non era richiesto.

Negli anni ’60 le donne entrarono in massa nel mondo del lavoro. La conquista del diritto al lavoro si accompagnò ai problemi legati alla cura dei figli e della casa. La scelta, sempre la stessa, tra lavoro o famiglia. Come nel resto del mondo, anche in Giappone alle donne era richiesto di lasciare in lavoro in caso di maternità.
La seconda ondata di femminismo in Giappone si tradusse, negli anni ’70, nella battaglia di “liberazione delle donne” (o Uman ribu) in ambito politico e sessuale. Nello stesso momento si crearono due lotte parallele, un femminismo accademico e uno delle donne lavoratrici, dividendo il movimento come già abbiamo visto accadere in molti altri luoghi.

La disuguaglianza di genere o jenda furi

Il 18 dicembre 1979 il Giappone ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne. Il dibattito si è diviso ancora una volta. Da una parte, per citare l’avvocata Nakano Mami, si discuteva della disparità sul posto di lavoro: “Le aziende operano con il pretesto che le donne, che sopportano il peso delle responsabilità familiari, non possono sacrificare la loro vita familiare come fanno gli uomini. In questo modo limitano le donne principalmente a un impiego part-time“; dall’altra si riportavano in auge le tradizioni della cura della casa, nelle quali le donne hanno, apparentemente, pieno potere.

Nelle abitazioni però non era sempre la donna a comandare, come si voleva far credere. Nei casi di violenza domestica non interveniva lo Stato. La violenza domestica era considerata una questione “personale” e “famigliare”, da risolvere non alla luce del sole. Solo nel 2001 il governo ha approvato la Legge per la prevenzione della violenza coniugale e la protezione delle vittime. Dal 2001 la violenza è finalmente considerata un crimine.

Anche considerando le vittorie, il termine “femminista” non è ancora visto con buon occhio. Viene utilizzato il termine jenda furi, con il quale si intende la donna “libera da pregiudizi e discriminazioni di genere”. I conservatori hanno immediatamente additato il termine come radicale e minimizzato le azioni delle femministe. Ancora oggi il termine jenda furi viene utilizzato in maniera ironica per intendere un estremismo. Il motivo di tale minimizzazione è dovuto soprattutto al calo demografico. Se si vuole trovare un colpevole, chi è più adatto se non la donna che deve procreare?
A riprova di tale atteggiamento ci sono due esempi esemplari: l’ormai noto uomo delle gaffe, Yoshiro Mori, nel 2003, dichiarò che le donne senza figli non meritavano la pensione e nel 2005 il ministro della Salute, Yanagisawa Hakuo, definì le donne “macchine per il parto”.

Il femminismo non esiste?

“Femminismo” è un termine usato con cautela in Giappone dalle donne, per paura di essere accumunate a un ideale estremista. Questo rallenta il movimento autoctono. Attualmente le femministe hanno abbracciato i movimenti occidentali, come il #Metoo portando a galla situazioni di oppressione e violenza private, ma soprattutto nel mondo dello spettacolo.
Il femminismo in Giappone esiste e non è tutto “frutto dell’occidente” o “colpa dell’occidente”. Definirlo tale sarebbe, scrive Unseenjapan, come “respingere il lavoro di centinaia e migliaia di donne che lottano per la parità di diritti, retribuzione e sostegno alla famiglia”.

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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

fonti:
https://unseenjapan.com/feminist-movement-in-japan-meiji-wwii/
https://unseenjapan.com/feminist-movement-in-japan-1980s-present/