Cultura

Giorgio Caproni, l’inafferrabile poeta in bilico

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Pier Paolo Pasolini definiva Giorgio Caproni, così come altri della sua generazione, un «maestro in ombra». Con questa espressione egli si riferiva a tutti quei poeti che avevano esordito prima della guerra, in sordina, restando fuori dai margini del modernismo ermetico dominante nella poesia del tempo.

Giorgio Caproni rientra tra i poeti del Novecento che purtroppo a scuola, nel più frequente dei casi, non insegnano a leggere. Tuttavia, se al di fuori ed oltre le ore di letteratura italiana scolastiche ci imbattiamo in una delle sue poesie, è facile rimanere intrappolati nei suoi versi e catturati dalla sua narrazione sulle difficoltà della vita.

La poetica di Giorgio Caproni

Empatia e solitudine, potenti immagini paesaggistiche, rime facili: una nuova realtà. Queste sono le caratteristiche della poesia di Giorgio Caproni, che ricrea sensazioni vivide attraverso la concretezza dei riferimenti; che ci porta a viaggiare in avanti, verso la morte, ma anche a ritroso, per ritornare all’interno del ventre materno.

«Sii arguta e attenta; sii magra e sii poesia/ se vuoi essere vita».

E’ il solo mandato che il suo verso conosce e rispetta. C’è la vita e c’è la poesia, e la parola non deve mai trascendere la nostra esistenza, ma assecondarla, imitarla, assumerne i suoni, gli odori, le movenze.

Cinque poesie per ricordare Giorgio Caproni

Il 7 gennaio 1912 Giorgio Caproni nasceva a Livorno. Oggi, sarebbe vano parlare soltanto dei 110 anni della nascita se non leggessimo anche le sue poesie. Cinque qui di seguito; le altre, dove vorrete voi.

“Per lei” (da Il seme del piangere, 1959)

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era cosí schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

“Anch’io” (da Il muro della terra, 1975)

Ho provato anch’io.
É stata tutta una guerra
d’unghie. Ma ora so. Nessuno
potrà mai perforare
il muro della terra.

“Biglietto lasciato prima di non andare via” (da Il franco cacciatore, 1982)

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

“Saggia apostrofe a tutti i caccianti” (da Il conte di Kevenhüller, 1986)

Fermi! Tanto
non farete mai centro.
La Bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro.

Generalizzando” (da Res Amissa, 1991)

Tutti riceviamo un dono.
Poi, non ricordiamo più
né da chi né che sia.
Soltanto ne conserviamo
– pungente e senza condono –
la spina della nostalgia.

Giorgia Lanciotti

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