Cultura

Giornata della coscienza nera

Il giorno degli afrodiscendenti

Il 20 Novembre, data significativa creata nel Gennaio del 2003, è  diventata ormai festività nazionale in Brasile. Celebrativa di un momento simbolico che riflette la mancata inclusione delle popolazioni di matrice africana nella società brasiliana. La giornata della coscienza nera viene inserita nel calendario scolastico e ufficializzata a livello nazionale nel Novembre 2011.

Ricorrenza antirazzista e giornata della Coscienza nera

Nel 2003 il Brasile approva la legge 10.639 rendendo obbligatorio l’insegnamento della cultura africana nelle scuole. Questo avvenimento diventa l’occasione per portare alla luce questioni importanti come la resistenza contro lo sterminio della popolazione nera. Casi di razzismo strutturale hanno ancora radici ben consolidate in questo paese. Il “Dia da Consciencia Negra” è una celebrazione importante per affrontare di base le diversità poste a livello politico e per istituire una società democratica che ancora oggi rimane una lontana chimera. Durante la giornata nazionale della coscienza nera si realizzano manifestazioni e dibattiti per la lotta contro l’esclusione discriminatoria degli indigeni nella comunità brasiliana. La festività è associata anche alla morte di Zumbi dos Palmares. Figura leggendaria e grande leader afrobrasiliano, simbolo della lotta delle popolazioni indigene contro il sistema schiavista. Morto proprio il 20 Novembre del 1695.

Ancora troppe morti per un sistema escludente e senza diritti

Purtroppo sono ancora ben impressi nella nostra memoria i casi come la morte del giovane Duglas Rodrigues, che durante un normale controllo da parte della polizia locale perse la vita.

Nel 2013 il ragazzo 17enne fu ucciso a San Paolo da un colpo di pistola della polizia militare. Le ultime parole della vittima riecheggiano ancora negli animi dei più deboli Perché mi ha sparato Signore? Disse rivolgendosi al suo carnefice.

Senza parole sono rimaste invece le due bambine di 4 e 7 anni Emily e Rebeca, ammazzate nella periferia di Rio de Janeiro da una raffica di proiettili provenienti da un’auto della polizia nel Dicembre del 2021. Sembra che le bambine siano state freddate proprio davanti alla porta della loro abitazione mentre aspettavano la nonna, la quale stava rientrando dal lavoro. Ancora, la morte sempre a Rio, di Moise Kabagambe, giovane congolese di appena  24 anni al quale fu tolta la vita a calci e bastonate dal suo datore di lavoro lo scorso gennaio. Tutto questo ci fa capire come in Brasile gli indici di violenza per razzismo, sia da parte della polizia e non solo, siano spaventosi.

 Bolsonaro e la politica razzista.

La violenza della polizia brasiliana si è ulteriormente diffusa con l’attuale governo Bolsonaro. A partire dall’assassinio di Marielle Franco esponente del partito “Socialismo e Libertà” il 15 marzo del 2018 a Rio de Janeiro. Per il fatto saranno poi arrestati due ex agenti della polizia militare con sospetti che arrivarono a toccare alti esponenti della famiglia Bolsonaro. Proprio la Franco poco tempo prima si schierò in prima linea nel denunciare gli abusi della polizia e le loro immotivate esecuzioni.  

Al tempo in sua difesa si scagliò la presidente della Camera Laura Boldrini: No è no, era il motto che Marielle Franco aveva tatuato sul braccio. No alla violenza contro le donne, no alla discriminazione, no alla marginalizzazione. La sua è stata un’esecuzione. Ora siamo noi a dover dire no al silenzio! Di Marielle si deve parlare, per non dimenticare.

Le rose della resistenza nascono dall’asfalto

Marielle ci insegnò che le rose della resistenza nascono dall’asfalto. Rivolgendosi alle donne disse siamo quelle che ricevono rose,  ma siamo anche quelle che, con il pugno chiuso, parlano di luoghi di vita e resistenza contro gli ordini e i soprusi che subiamo. Molte di queste persone come lei sono scese in campo e sono cadute. Molti altri, grazie a giornate come il “giorno degli afrodiscendenti”, lo rifaranno da uomini e donne liberi. Pensando magari alle parole di  William Wallace “chi combatte può morire e chi fugge resta vivo”. In questi casi molto probabilmente per poco.

“Ma siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi. Per avere l’occasione di tornare qui ad urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita  ma che non ci toglieranno mai la libertà”.

Discorso meno cinematografico ma ugualmente incisivo è stato tenuto circa otto anni fa da un professore universitario a San Paolo. L’occasione un dibattito sulla violenza nei confronti degli afronativi.

Il professor Almeida spiegò in modo risoluto che bisogna dimostrare a coloro che occupano lo spazio che si dice pubblico, che non è pubblico. E’ statale. Sono cose diverse. “Loro” non avranno vita facile. Dovranno imparare a convivere con i neri in spazi che pensano essere i loro, ma non lo sono. Per lui il grande senso della lotta per le “quote” è il conflitto. Provocare il conflitto e mostrare che non si è disposti a disoccupare. Si vuole togliere spazio pubblico a coloro che pensano che sia uno spazio di privilegio razziale bianco.

“Essere non significa solo sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in un modo che rispetta e valorizza la libertà degli altri.” Mandela

La libertà  di questa gente è calpestata da fin troppo tempo.

Questi ragazzi dovrebbero essere sereni d’animo recandosi al lavoro. Sono invece picchiati a morte dal proprio titolare o trafitti da una pallottola in mezzo alla strada. Motivo: un colore della pelle che per altri è definito diverso o sbagliato.

I loro bambini, uguali ai nostri bambini,  dovrebbero essere liberi di giocare nel cortile di casa. Senza l’incubo di morire a quattro anni per peccati inesistenti o mai commessi. Una donna, attivista, dovrebbe poter urlare al mondo i suoi diritti e quelli della sua gente. Invece le viene chiusa la bocca mentre muore a bordo della sua autovettura.

Ogni giorno dovrebbe essere il giorno della coscienza nera. Per tutti.

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